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Nuovo DPCM: come cavolo ci siamo arrivati?

Vittorio Fontanesi 25 Ottobre 2020
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Ed eccoci qua, in autunno, con il riproporsi di una scena già vista: nuovi DPCM e chiusure. I casi che aumentano, le strutture ospedaliere sotto stress in carenza di personale, un sistema di tracciamento saltato alla prima impennata del numero di persone positive.

In molti in questi giorni dicono che l’unico dato di cui avere paura sia quello del riempimento delle terapie intensive. Io invece penso proprio di no e vi invito ad aprire il vostro campo visivo. Con ospedali stracolmi di persone anche non gravi a dover preoccupare sono soprattutto le altre patologie: come si potrà garantire nelle prossime settimane uno standard adeguato alle cure di tutti? Alla prevenzione, alle campagne di screening che aiutano a salvare la vita di tante persone, agli interventi programmati che dovranno essere posticipati a data da destinarsi e renderanno comunque peggiore la vita di chi li attende da tanto?

Oltretutto chiudendo i bar, i ristoranti e le attività sportive e imponendo un coprifuoco notturno non si ridurrà certo il numero di incidenti sul lavoro che richiederanno attenzione medica. Sicuramente ci saranno meno incidenti stradali, ma se nella prima ondata il blocco quasi completo dell’economia ha consentito il collasso dei traumi (strada, lavoro, etc.), a questo giro non sarà così.

Purtroppo è vero che non possiamo permetterci una seconda chiusura totale a cuor leggero. Tante vite verrebbero messe a rischio in tanti modi diversi.

Sarebbe molto bello poter vedere i dati dei contagi disaggregati, lavorarci e capire se veramente la fonte di contagio primaria siano locali e palestre e non assembramenti inutili sui mezzi pubblici nelle ore di punta per scuole aperte e uffici tornati a pieno regime. I primi focolai si sono manifestati in macelli della grande distribuzione, non mi pare possa essere ascrivibile al caso.

Quindi come siamo arrivati a tutto questo? Quali sono le lacune più assurde che ci hanno portato a dover scegliere “il male minore”, se così si può dire? Davvero pensiamo che chiudendo la ristorazione e l’attività fisica il problema covid scomprarirà?

Ecco alcuni pensieri in libertà, non necessariamente in ordine di importanza: si sarebbe potuto investire di più nel tracciamento e nell’isolamento dei positivi (dove sono finiti tutti gli hotel che avremmo dovuto avere per la quarantena? Oltretutto il settore è in crisi, in molti non hanno neanche riaperto, davvero non si sarebbe potuto convogliare fondi pubblici in tal senso?).

Si sarebbe potuto investire nei medici di base in via emergenziale nei mesi estivi, per creare una rete di contenimento e di cure a domicilio prima della ospedalizzazione?

Si sarebbero potuti evitare sbrachi completi estivi come il riaprire le discoteche, mettendo le basi per del virus circolante tra i giovani alla riapertura di scuole e università che con la crescita esponenziale si è poi rivelato fulmicotone?

Si sarebbe potuta evitare una campagna mediatica estiva impostata col solito maledetto gioco degli opposti tra negazionismo e terrore ingiustificato in cui un INUTILE bollettino giornaliero veniva riproposto a valanga da tutta la stampa ogni benedetto pomeriggio con dati inconcludenti e toni scelleratamente drammatici (un insulto alla statistica al quale ancora non si è posto riparo) e dall’altra parte “esperti” davano il virus per clinicamente morto, creando una sorta di ovatta nella testa delle persone, come se fosse una eliminazione da grande fratello con la possibilità di votare da casa chi fare uscire?

Politica, stampa, business, tutti impegnati a spartirsi consensi tra una comprensibile voglia di tornare a vivere e il terrore lasciato nella testa di molti dai mesi più bui. Tante (ir)responsabilità, nessuna responsabilità, tutti incazzati con tutti. Ed eccoci qua.

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