Nei pazienti con reflusso gastroesofageo cronico, la trasformazione dell’epitelio esofageo in tessuto di tipo intestinale segnala la possibile presenza di esofago di Barrett. Questa condizione richiede attenzione clinica per il rischio di evoluzione verso forme precancerose. L’esofago di Barrett si distingue per la sostituzione dell’epitelio squamoso normale dell’esofago distale con cellule di tipo intestinale, di solito in risposta a un insulto cronico da reflusso. La progressione da reflusso gastroesofageo (GERD) a cancro esofageo resta comunque poco frequente, come evidenziato dall’Institute for Cardiovascular and Gastrointestinal Investigations (ICGI).
Secondo la Dr.ssa Silvia Pecere, specialista in Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva Chirurgica presso CEMAD Gemelli IRCCS, il principale fattore di rischio è la malattia da reflusso gastroesofageo associata a esofagiti recidivanti. Altri elementi predisponenti sono la genetica, l’obesità e la presenza di ernia iatale. La metaplasia intestinale dell’epitelio esofageo, tipica dell’esofago di Barrett, si sviluppa in soggetti predisposti dopo un insulto cronico da reflusso. La maggior parte delle persone con GERD non sviluppa esofago di Barrett e solo una minoranza di chi ha Barrett progredisce verso il cancro (ICGI).
Displasia e rischio oncologico
La metaplasia in sé non viene considerata una condizione preoccupante, ma richiede sorveglianza endoscopica. Se non controllata, può evolvere in displasia di basso o alto grado, con quest’ultima considerata precancerosa. La sorveglianza dell’esofago di Barrett si basa su endoscopie ripetute e biopsie per individuare la presenza di displasia e identificare precocemente eventuali neoplasie. Distinguere tra metaplasia, displasia di basso grado, displasia di alto grado e carcinoma è fondamentale per la gestione clinica. La presenza di displasia rappresenta il punto decisionale tra continuare la sorveglianza o iniziare un trattamento attivo (Akmaier). La progressione verso l’adenocarcinoma esofageo si verifica più facilmente quando coesistono Barrett e displasia, ma resta un evento poco frequente in termini assoluti (ICGI).
Trattamenti endoscopici e innovazioni
Quando viene diagnosticata la displasia, il trattamento endoscopico offre una soluzione mininvasiva. Attraverso la gastroscopia, i medici inseriscono cateteri che permettono la rimozione delle aree di metaplasia con displasia, favorendo la rigenerazione di un epitelio normale. L’ablazione con radiofrequenza (RFA) è una delle tecniche più consolidate a livello internazionale: approvata dalla Food and Drug Administration statunitense nel 2001 per il trattamento dell’esofago di Barrett, utilizza corrente alternata tra elettrodi per coagulare il tessuto. Raggiunge temperature superiori a 60°C e provoca necrosi e denaturazione proteica (Practical Gastroenterology). Una revisione sistematica e meta-analisi ha confrontato l’ablazione con radiofrequenza e la coagulazione con plasma di argon, mostrando che la RFA richiede in media 2,10 sedute rispetto alle 3,39 dell’APC e raggiunge un successo endoscopico del 97% contro il 66% dell’APC.
L’eradicazione endoscopica viene riservata ai casi con displasia confermata, mentre la semplice metaplasia senza displasia richiede solo sorveglianza. La crioablazione con protossido di azoto è una tecnica emergente, ma la sua diffusione e i dati regolatori cambiano a seconda dei paesi e delle linee guida. La gestione ottimale prevede la rimozione o il campionamento delle lesioni visibili prima dell’ablazione e la definizione istologica precisa del grado di displasia (ICGI).
Questi interventi possono richiedere più trattamenti per l’eradicazione completa della displasia e della metaplasia. Il follow-up prevede controlli endoscopici entro due o tre mesi, con monitoraggio regolare per individuare eventuali recidive o progressioni.
Gestione delle lesioni avanzate e raccomandazioni
Nei casi in cui siano già presenti lesioni nodulari precancerose o cancerizzate, la procedura indicata è la dissezione endoscopica sottomucosa (ESD). Questa tecnica consente la resezione in un unico frammento e la valutazione istologica definitiva. Se la lesione asportata è un adenocarcinoma precoce non infiltrante, il trattamento endoscopico può essere risolutivo, seguito da controlli periodici.
La Dr.ssa Pecere richiama l’attenzione sul rischio di sottovalutare il reflusso cronico, soprattutto quando i sintomi persistono oltre 3-6 mesi e non rispondono alle terapie sintomatiche. La diagnosi e la sorveglianza dell’esofago di Barrett richiedono strumentazione ad alta definizione e protocolli istologici specifici, disponibili nei centri di riferimento come l’Endoscopia Digestiva Chirurgica del CEMAD. La sorveglianza regolare tramite endoscopia permette di individuare la displasia e il cancro in fase precoce, migliorando le possibilità di trattamento efficace (ICGI).