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Prostata ingrossata: forse si tratta di ipertrofia prostatica benigna

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Redazione 19 Novembre 2021
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L’ipertrofia prostatica benigna è molto diffusa negli uomini ed è una malattia legata all’età: l’urologo ci spiega come si diagnostica e come intervenire. 

Quando si parla di prostata ingrossata, ci si riferisce maggiormente all’Ipertrofia Prostatica Benigna (IPB), cioè un ingrossamento benigno della ghiandola prostatica che si realizza in più del 50% degli uomini sopra i 50 anni. Ovviamente, non tutti i casi presentano delle situazioni in cui sia necessario intervenire con terapie mediche o chirurgiche. Si tratta di una modificazione che avviene con l’invecchiamento ed è molto diffusa. 

Cosa fare in caso di ipertrofia prostatica? Ce ne parla il dottor Maurizio Cremona, responsabile dell’Unità operativa di Urologia all’Istituto Clinico Sant’Ambrogio.

Le cause

“L’Ipertrofia è dovuta soprattutto al rapporto tra la prostata e il canale uretrale, cioè il passaggio che dalla vescica porta l’urina all’esterno – spiega il dott. Cremona -.

Le cause sono molteplici ma tra tutte, la più importante è sicuramente l’età. L’invecchiamento, infatti, si può considerare una causa nella misura in cui si verifica un cambiamento dell’ambiente ormonale del maschio, per cui la situazione di produzione e di regolazione del testosterone e degli estrogeni (ormoni) subisce un cambiamento che favorisce l’aumento di volume della ghiandola”.

I sintomi

“Soltanto in una piccola percentuale di uomini, l’ipertrofia prostatica provoca una vera e propria malattia. Questo vuol dire che in molti pazienti la prostata ingrossata può non alterare la salute del soggetto e può passare senza lasciar segno, rimanendo del tutto asintomatica.

Quando, però, vi è una situazione di malattia, il danno provocato non è necessariamente proporzionale alla grandezza della prostata: tante volte, una prostata piccola può causare molti problemi e una prostata grossa può non avere sintomi”, aggiunge l’urologo.

Le manifestazioni della malattia sono generalmente graduali e cominciano da una maggiore espressione di sintomi irritativi, che sono rappresentati dall’urgenza minzionale, cioè il bisogno frequente di urinare.

Questi segnali si manifestano nella fase iniziale, mentre in quella successiva, subentrano i sintomi ostruttivi, in cui il getto si fa più debole, la frequenza delle minzioni si fa maggiore perché la vescica non riesce mai a vuotarsi completamente e nelle ore notturne si cominciano ad avere 2 o più alzate per vuotare la vescica.

Questa seconda fase si verifica quando la prostata, ingrossandosi, va a comprimere l’uretra che vi passa in mezzo, causando una vera e propria ostruzione urinaria. Quando la vescica fa fatica a svuotarsi e anche i reni non riescono a inviarle urina, può svilupparsi un dolore intenso alla vescica e ai fianchi che porta a intervenire rapidamente in Pronto Soccorso con il posizionamento di un catetere per lo svuotamento vescicale. Quasi sempre, da questa condizione, si passa all’intervento chirurgico.

Talvolta, si possono verificare anche perdite di sangue (ematuria) oppure infezioni alle vie urinarie.

“Fortunatamente, da qualche anno, molti più uomini dopo i 50 anni richiedono un controllo per verificare lo stato delle vie urinarie – continua il medico – Perciò, l’esecuzione di screening annuali consente la diagnosi precoce di eventuali problemi di reni, vescica e prostata una loro più facile soluzione”.

Come si fa la diagnosi

“La diagnosi può essere casuale oppure eseguita in seguito a una visita a cui il paziente si è sottoposto autonomamente per via dei sintomi di cui abbiamo parlato – spiega l’esperto -. Gli esami fondamentali per un primo approccio alla diagnosi sono:

  • gli esami del sangue tra cui l’esame del PSA, particolarmente utile anche per la diagnosi precoce del tumore della prostata;
  • l’ecografia che include una panoramica contemporanea di reni, vescica e prostata, con calcolo del residuo minzionale; 
  • l’uroflussometria utile per misurare la forza dell’uscita urinaria.

Se c’è un problema di blocco urinario e coinvolgimento dei reni, si può ricorrere a esami più impegnativi come la TAC addominale con mezzo di contrasto o la Scintigrafia renale sequenziale”.

Il trattamento chirurgico dell’ipertrofia prostatica benigna

Nel caso in cui la sintomatologia diventi insostenibile o vi sia blocco urinario – sottolinea lo specialista – occorre prendere in considerazione l’intervento chirurgico che si divide in due tipologie:

  • tradizionale, ‘a cielo aperto’, con asportazione completa dell’adenoma prostatico. Si esegue un’incisione anteriore sull’addome, si apre la vescica e, con una manovra di ‘enucleazione’, si rimuove in blocco l’adenoma;
  • endoscopica, che è la più diffusa e mininvasiva. In questo modo, si esporta la prostata in modo naturale, cioè dall’uretra, seguendo a ritroso la via d’uscita dell’urina.

La scelta di una tecnica rispetto all’altra è motivata soprattutto dalle dimensioni della prostata e dall’esperienza dell’operatore: normalmente, fino a 100/120 cc (centimetri cubi) si utilizza l’endoscopia, se va oltre si utilizza la chirurgia open”, sottolinea il dott. Cremona.

La Resezione Transuretrale Bipolare della Prostata (TURP)

“L’intervento endoscopico che maggiormente eseguiamo all’Istituto Clinico Sant’Ambrogio è la Resezione Transuretrale Bipolare della Prostata (TURP). 

Questa tecnica consiste nell’introduzione attraverso l’uretra di uno strumento che raggiunge la prostata e la riduce in piccoli pezzi fino all’eliminazione completa, attraverso una specie pompa, di tutto l’adenoma. L’intervento viene eseguito con il paziente in anestesia totale o spinale e può durare fino a 1 ora”, descrive lo specialista.

Gli interventi con il laser

Esistono anche interventi eseguiti con il laser, che non sempre riescono a rimuovere completamente l’adenoma prostatico. Questo non vale però per tutti questi tipi di interventi, ma per la maggior parte di quelli che vengono eseguiti. 

“A mio avviso – conclude Cremona – l’intervento di asportazione dell’adenoma prostatico, per essere risolutivo, deve essere completo, in modo da non correre il rischio di sviluppare recidive in futuro”.

Fonte: www.grupposandonato.it

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