Nel 2022, durante un intervento chirurgico, i medici australiani hanno estratto dal cervello di una donna di 64 anni un verme nematode vivo lungo otto centimetri. Il parassita, identificato come Ophidascaris robertsi, rappresenta la prima segnalazione documentata di questa specie, tipica dei pitoni australiani, nell'essere umano. Il catalogo della National Library of Medicine non riporta altri casi umani attribuiti a questa specie di nematode.
La paziente, residente nel sud-est del Nuovo Galles del Sud, aveva sofferto per oltre un anno di sintomi respiratori inspiegabili, poi di disturbi della memoria e alterazioni neuropsichiatriche. Gli esami del sangue avevano mostrato un'eosinofilia marcata. Le scansioni TAC e la risonanza magnetica avevano rilevato lesioni polmonari e una massa nel lobo frontale destro. I test per i parassiti più comuni erano risultati negativi, portando i medici a escludere le cause più frequenti.
Identificazione del parassita e percorso clinico
L'analisi genetica svolta dall'Università di Sydney e dall'Università di Melbourne ha confermato con una corrispondenza superiore al 99,7% che il verme apparteneva alla specie Ophidascaris robertsi, normalmente presente nello stomaco e nell'esofago del pitone tappeto (Morelia spilota). Nel caso umano, il parassita si trovava al terzo stadio larvale e aveva raggiunto il sistema nervoso centrale, una localizzazione mai descritta prima per questa specie. Le fonti accademiche disponibili, come il Pathology Handbook dell'Università di Sydney, non riportano dettagli specifici sul ciclo vitale di Ophidascaris robertsi nell'uomo o sulla sua distribuzione geografica oltre l'ambito dei pitoni australiani.
La paziente non aveva avuto contatti diretti con serpenti, ma raccoglieva regolarmente warrigal greens (Tetragonia tetragonioides) in aree frequentate dai pitoni. I ricercatori ipotizzano che l'ingestione accidentale di uova del parassita tramite vegetazione contaminata o utensili da cucina abbia rappresentato la via di trasmissione. Studi sperimentali su ratti hanno dimostrato che le larve di Ophidascaris possono sopravvivere per anni nei tessuti degli ospiti intermedi. In questo caso clinico, la terapia immunosoppressiva prescritta per i sintomi polmonari potrebbe aver favorito la migrazione del verme verso il cervello.
Terapia e implicazioni per la prevenzione
Dopo la rimozione chirurgica del verme, la paziente ha ricevuto ivermectina e albendazolo per eliminare eventuali larve residue. A sei mesi dall'intervento, i livelli di eosinofili erano tornati nella norma e le lesioni polmonari risultavano ridotte, mentre i disturbi neuropsichiatrici persistevano in parte. Non sono stati pubblicati aggiornamenti ufficiali da parte delle autorità sanitarie australiane o delle università coinvolte riguardo a linee guida specifiche, protocolli di trattamento o raccomandazioni di sanità pubblica in seguito a questo caso.
La segnalazione di questa infezione rara amplia la conoscenza dei rischi zoonotici legati ai parassiti animali e richiama l'attenzione sulle modalità di trasmissione meno note. Tematiche simili di rischio e prevenzione sono state affrontate anche in questo approfondimento pubblicato in precedenza.