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Fibromialgia e stanchezza cronica: cosa sono e come trattarle

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Redazione 2 Luglio 2024
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Fibromialgia e sindrome da stanchezza cronica sono due patologie croniche molto simili e spesso sottovalutate, che colpiscono oltre 2 milioni di italiani: con gli specialisti vediamo di cosa si tratta e come riconoscerle e trattarle.

Fibromialgia e stanchezza cronica: due patologie ancora sottovalutate

Dolori muscolari e articolari diffusi, sensazione di affaticamento continuo, disturbi del sonno, mal di testa, difficoltà di memoria e attenzione. Sono alcuni dei sintomi che accomunano la fibromialgia, malattia che colpisce circa 1,5-2 milioni di Italiani (in 9 casi su 10 donne, per lo più giovani), e della sindrome da stanchezza cronica che secondo alcune fonti, in Italia, riguarderebbe tra le 200.000 e le 300.000 persone, in particolare donne.

Si tratta di 2 patologie croniche spesso sottovalutate e scarsamente riconosciute che, però, possono avere un impatto importante sulla vita di chi ne soffre. 

Ma è possibile distinguerle? Come si diagnosticano? E cosa si può fare per alleviare i sintomi che risultano spesso invalidanti? Conosciamole meglio con l’aiuto del dottor Pietro Bassi, neurologo di Palazzo della Salute Wellness Clinic – Istituto Clinico Sant’Ambrogio, dove è stato recentemente attivato un nuovo Centro per la diagnosi e la cura della Fibromialgia e della Stanchezza cronica.

Fibromialgia: cos’è e come si manifesta

Il termine fibromialgia significa dolore nei muscoli e nelle strutture connettivali fibrose, ovvero i legamenti e i tendini. Introduce il dottor Bassi: “La fibromialgia è caratterizzata da: 

  • dolore muscoloscheletrico diffuso, presente per più di 3 mesi; 
  • affaticamento
  • sonno non ristoratore
  • difficoltà di memoria e di attenzione
  • rigidità e disturbi dell’umore

Il disturbo del sonno e della sua qualità è quasi la regola. È stato ipotizzato che l’alterazione dei suoi cicli, soprattutto una riduzione della fase di sonno profondo durante la quale normalmente si eleva la soglia al dolore, sia responsabile dell’ipersensibilità al dolore che caratterizza la fibromialgia. 

Nelle persone che già soffrono di emicrania preesistente, la fibromialgia causa l’accentuazione di intensità e di frequenza del mal di testa che può anche diventare quotidiano”, conclude il dottor Bassi. 

Il legame tra fibromialgia e long Covid

La pandemia Covid-19 in corso sta portando a osservare che, mentre la maggior parte delle persone si riprende dopo poche settimane, in alcuni guariti dall’infezione possono persistere o anche comparire, a distanza, sintomi cronici e complessi non solo respiratori. Tale condizione è definita long covid e una sua componente importante è il dolore

Molti convalescenti, mesi dopo aver contratto il coronavirus, lamentano complessi sintomi neurologici, quali: 

  • affaticamento
  • cefalea costante, spesso accentuata in posizione supina; 
  • insonnia
  • malessere post-esercizio fisico
  • problemi di memoria
  • problemi di linguaggio e disfunzione cognitiva
  • dolori muscolari e neuropatici

La diagnosi

“La fibromialgia è descritta come forma generalizzata non infiammatoria a origine incerta. Anche per questo la diagnosi e le caratteristiche cliniche della fibromialgia sono state a lungo controverse – sottolinea il neurologo -. 

ll primo passo per la diagnosi, trattandosi di una patologia con una predominante componente di dolore neuropatico, è rivolgersi allo specialista neurologo per una prima valutazione, alla quale, se necessario, potranno seguire eventuali esami di approfondimento. 

La diagnosi è principalmente basata sull’anamnesi e sul riscontro di zone muscolari dolenti. È importante, inoltre, escludere segni di alterazioni ematiche, reumatologiche, muscolari, neurologiche, psicologiche e alterazioni radiologiche. Per farlo, il neurologo si può avvalere: 

  • di esami ematochimici e radiologici
  • della consulenza psicologica o reumatologica”.

La terapia

Una volta riconosciuta la presenza di fibromialgia, il percorso di cura non è breve e richiede impegno per avere significativi miglioramenti. “Al momento la terapia del dolore, della cefalea cronica e degli altri sintomi fibromialgici è basata su farmaci per: 

  • il dolore neuropatico
  • l’emicrania severa
  • disturbi del sonno

In particolare, esistono medicinali specifici contro il dolore neuropatico, altri contro la contrattura muscolare, ma il gold standard è rappresentato da alcuni antidepressivi che hanno anche una valenza antidolorifica. È importante infatti non sottovalutare anche la componente psicosomatica della malattia, sulla quale stress psicofisico e ansia possono incidere negativamente, peggiorando i sintomi”.

Stanchezza cronica: come riconoscerla?

La fibromialgia condivide molti aspetti con la sindrome da fatica cronica, problema che colpisce maggiormente le giovani donne e che spesso viene erroneamente classificata come ‘simulazione di malattia (finzione intenzionale dei sintomi)’. 

“La sindrome da stanchezza cronica è una sindrome caratterizzata da astenia invalidante che dura più di 6 mesi, a origine sconosciuta e associata a svariati sintomi, tra i quali: 

  • disturbi del sonno
  • senso di disturbo cognitivo; 
  • fatica;
  • dolore; 
  • peggioramento dei sintomi con l’attività fisica

Nonostante il termine sindrome da stanchezza cronica sia stato usato per la prima volta nel 1988, – continua l’esperto – il disturbo è stato ben descritto sin dalla metà del 1700, ma con differenti nomi: febbricola, neuroastenia, brucellosi cronica, sindrome da sforzo fisico”.

Le cause 

L’origine della sindrome da fatica cronica è tuttora sconosciuta. “Non sono state stabilite cause infettive, ormonali, immunologiche o psichiatriche. Similmente, non ci sono marker allergici o immunosoppressione”, osserva lo specialista. 

Negli ultimi 2 anni di pandemia, tra le cause di questa sindrome, così come in parte nel caso della fibromialgia, è stata ipotizzata anche l’infezione da Covid 19. “Alcune persone, che hanno recuperato da Covid 19, sono diventate portatrici di stanchezza cronica con sintomi persistenti, alcuni dei quali derivano da: 

  • danni d’organo, causati dall’infezione e/o dal trattamento;
  • un disturbo da stress post-traumatico. 

Alcuni ricercatori sostengono che l’eziologia si dimostrerà essere multifattoriale, includendo una predisposizione a fattori: 

  • psicosomatici; 
  • genetici;
  • esposizione a microbi;
  • tossine; 
  • traumi fisici. 

In ogni caso, è importante sottolineare la legittimità fisiologica della sindrome da fatica cronica”, continua il dottor Bassi.

I sintomi: una stanchezza che non si allevia nemmeno con il riposo

Se nella fibromialgia il sintomo prevalente è il dolore, nella sindrome da stanchezza cronica, come dice il nome stesso, è l’astenia

“L’insorgenza della sindrome da stanchezza cronica è di solito brusca: spesso avviene a seguito di un evento psicologicamente o clinicamente stressante. Molti pazienti riferiscono: 

  • una malattia similvirale;
  • fatica intensa; 
  • febbre; 
  • sintomi del tratto respiratorio superiore

La sindrome iniziale si risolve, ma scatena una protratta e severa stanchezza, che interferisce con le attività quotidiane e in genere peggiora con lo sforzo, ma è alleviata poco o niente a riposo. 

Importanti caratteristiche generali sono i dolori diffusi e i disturbi del sonno, a cui possono associarsi disturbi cognitivi, come problemi di memoria”, sottolinea lo specialista. 

Come si diagnostica la stanchezza cronica

In presenza di sintomi che possano far sospettare la sindrome da fatica cronica, il primo passo è effettuare un esame obiettivo unito a esami di laboratorio per escludere altre patologie e ogni possibile causa alternativa della sindrome da fatica cronica. 

“L’esame obiettivo del paziente con sindrome da stanchezza cronica è normale, senza segni obiettivi di debolezza muscolare, artriti, neuropatie o organomegalie. Normali sono anche gli accertamenti di laboratorio che, in genere, comprendono l’emocromo con formula e la misurazione degli elettroliti, dell’azotemia, della creatinina, della velocità di eritrosedimentazione e degli ormoni tiroidei. Se indicato da risultati clinici, ulteriori indagini in pazienti selezionati possono comprendere indagini radiologiche degli studi del sonno ed esami per l’insufficienza surrenalica

La diagnosi di sindrome da fatica cronica, quindi, si basa sui sintomi caratteristici in pazienti con un normale esame clinico e normali risultati delle indagini di laboratorio. Eventuali risultati fisici anormali o test di laboratorio devono essere valutati e devono essere escluse diagnosi alternative che causano tali risultati e/o i sintomi – sottolinea il dottor Bassi -. 

È importante sottolineare che, poiché chi soffre di sindrome da stanchezza cronica in genere sembra sano, gli amici, i familiari e anche a volte gli operatori sanitari esprimono scetticismo sulla sua condizione e questo può peggiorare la frustrazione e la depressione che i pazienti spesso provano per il loro disturbo poco compreso”.

Il trattamento 

“Per offrire una cura efficace ai pazienti con sindrome da fatica cronica il medico deve innanzitutto riconoscere e accettare la validità dei sintomi. Qualsiasi siano le cause sottostanti, i pazienti non sono simulatori, ma sono sofferenti – avverte l’esperto – . Dall’altra parte, i pazienti devono accettare e accogliere la loro disabilità, focalizzandosi su ciò che possono ancora fare piuttosto che scoraggiarsi per quello che non riescono a fare”. 

Il trattamento deve poi essere personalizzato sul singolo paziente. “La terapia comprende in primis il trattamento farmacologico dei sintomi specifici come: 

  • il dolore; 
  • i disturbi del sonno; 
  • in alcuni casi la depressione. 

Nei pazienti che sono disposti a provarli e hanno accesso ai servizi appropriati anche la terapia cognitivo-comportamentale e un programma di esercizio graduale può apportare alcuni miglioramenti – conferma lo specialista. 

Trattamenti non provati o confutati, come antivirali, immunosoppressori, diete d’eliminazione devono essere invece evitati”, conclude il medico.

L’importanza della diagnosi precoce per entrambe le patologie 

Alcune prove indicano che una diagnosi precoce e quindi un trattamento altrettanto precoce, migliorino la prognosi in entrambe le patologie. “La maggior parte dei pazienti migliora nel corso del tempo (anni), anche se spesso non torna di nuovo allo stato di pre-malattia e il miglioramento è solo parziale”, conclude il dottor Bassi.

Fonte: www.grupposandonato.it

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