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Presa in carico pazienti cronici: pro o contro?

Vittorio Fontanesi 12 Aprile 2018
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Ci siamo, ormai la riforma è realtà. Col 2018 sono state introdotte molte novità nel sistema sanitario lombardo, di cui ci siamo occupati largamente nelle settimane passate. Come prevedibile, una riforma così capillare ha portato con sé una coda di polemiche e perplessità complice anche l’avvicinarsi delle elezioni nazionali e regionali.

In questo piccolo spazio mi permetto di condividere le mie considerazioni, come utente e soprattutto come figlio e punto di riferimento per due persone che per motivi diversi sono stati grandi “clienti” del servizio sanitario lombardo.

Credo che intervenire sulla gestione delle cronicità sia importantissimo, e che una gestione centralizzata delle visite di controllo e più in generale delle interazioni del paziente con strutture e professionisti possa portare un netto miglioramento delle sue condizioni di vita e una riduzione degli sprechi, oltre che una minore richiesta di interventi di emergenza.

Tuttavia ho alcune perplessità, più che altro paure per alcune scelte di implementazione.

L’adesione al sistema è facoltativa: la gestione della “cosa pubblica” è già complicata partendo da numeri certi o statistiche da campioni solidi. A mio avviso una riforma del genere avrebbe dovuto essere obbligatoria, proprio per la sua importanza. Magari implementata a scaglioni, ma con budget facilmente programmabili per evitare il rischio che si creino delle sanità parallele con una allocazione non ottimale delle risorse. Mi rendo conto di quanto sia difficile imporre qualcosa, ma in un certo senso è anche prendere la piena responsabilità del proprio mandato politico.

Vengono trattate tutte le cronicità in un colpo solo: gestire un paziente all’inizio di un percorso di cronicità (classificato di livello 3) è sicuramente meno complesso che gestirne uno ad elevata fragilità con un elevato numero di co-morbilità (livello 1), soprattutto subentrando. Si sarebbe potuto creare un meccanismo di inserimento obbligatorio nel nuovo sistema per i pazienti più semplici, evitando per il momento di provare a gestire situazioni complesse che per necessità di cose già hanno i loro specialisti di riferimento che stanno accompagnando il paziente nel suo percorso. Oltretutto, anche l’impatto emotivo del perdere i propri punti di riferimento per una persona fragile non è trascurabile. Rendendo facoltativa l’adesione si lascia alla sensibilità delle famiglie decidere se aderire o no, ma questa è una responsabilità che dovrebbe essere completamente in capo a medici e specialisti.

Le malattie croniche: chiunque abbia una esperienza personale a riguardo sa bene che non sono catalogabili come una strada in pendenza, un lento e costante peggioramento, ma tanti tratti di rettilineo in pianura tra uno scalino (o un dirupo) e l’altro. Nel corso degli anni pazienti e famiglie riescono a raggiungere una organizzazione perfetta quando ci si deve occupare della ordinaria manutenzione dello stato di salute di un paziente cronico. Certo, sostituire il paziente o il familiare nella prenotazione e organizzazione delle visite e delle cure anche domiciliari è un servizio molto utile, ma diciamocelo: non cambia la vita delle persone coinvolte. È quando subentrano nuove complicanze, e di solito il cambiamento è repentino, che si può faticare per capire a quali esperti o strutture rivolgersi, si finisce al pronto soccorso, magari ricoverati in un reparto non ottimale, oppure a casa con un familiare divenuto improvvisamente più bisognoso. In questi frangenti si fanno scelte dettate dal panico e dallo stress del momento che possono condizionare i mesi e gli anni a venire. Sarà nell’aiutare ad affrontare questi sbalzi improvvisi che si giocherà la partita del contenimento spese e dell’aiuto concreto alle famiglie. 

Per pazienti complessi di livello 1 è possibile per il gestore richiedere un ricovero, ma dove? Mi spiego meglio: mia madre è stata a lungo seguita dal reparto di Nefrologia di Desio, che non finirò mai di ringraziare per l’attenzione ai dettagli e gli anni di vita che le ha letteralmente donato. Con questa riforma sarebbe sicuramente un paziente di livello 1 (malattia autoimmunitaria, dializzata, patologie cardiache, circolatorie e polmonari). Fuori da quel reparto, anche se ci fossero stati i medici migliori al suo servizio e i macchinari più all’avanguardia, prima di capire dove mettere mano in ogni emergenza chiunque avrebbe dovuto ragionare per tentativi. Se in una fase acuta il ricovero viene stabilito soltanto su criteri di disponibilità posti letto e indici qualitativo-quantitativi delle prestazioni fornite, forse passare 24 ore al pronto soccorso in attesa di un posto libero nel reparto che già si conosce non è sempre la scelta peggiore.

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