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La televisione fa male, lo dicono i medici. In televisione

Roberto Mottadelli 9 Settembre 2020
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Uno studio scientifico dimostra che malattie cardiache, cancro e altre gravi patologie colpiscono in modo percentualmente maggiore chi guarda a lungo il piccolo schermo. Colpa della sedentarietà, che accorcia la vita. Ma il rapporto tra televisione e salute è più complesso di quanto sembri…

L’«American Journal of Preventive Medicine» è una testata seria e prestigiosa. Forse un po’ noiosa, come è inevitabile per una rivista scientifica. Insomma, la leggono in pochi e raramente “fa notizia”. Eppure uno dei saggi pubblicati sul numero di dicembre, anticipato già nello scorso ottobre, non ha ancora smesso di rimbalzare tra siti web, carta stampata e televisione. Il titolo è esplicito, Causes of Death Associated With Prolonged TV Viewing, cioè “cause di morte associate a una prolungata visione della TV”. E lo sono anche le conclusioni: «Questo studio mostra la portata degli esiti di mortalità associati alla prolungata visione della TV, e individua nuovi nessi con alcune tra le più importanti cause di morte. La visione della TV è un comportamento discrezionale molto diffuso che può essere fatto oggetto di un più significativo intervento di sanità pubblica».

Il team di ricercatori che ha condotto lo studio ha dimostrato che guardare la televisione per più di tre ore al giorno accresce del 15% il rischio di morte. Le probabilità di morire crescono addirittura del 47% se si sta davanti al televisore per sette o più ore al giorno. Infarti e ictus, diabete, cancro, malattia di Parkinson sono le patologie che colpiscono in modo percentualmente maggiore i videodipendenti.
La spiegazione? Mentre si guarda la TV non solo non si fa attività fisica, ma spesso si mangia, si bevono bibite zuccherate e alcolici: il “rischio TV”, in pratica, è riconducibile alle conseguenze della vita sedentaria, di un’alimentazione eccessiva e squilibrata e del sovrappeso che ne deriva. Viene il dubbio che non fosse necessario mobilitare una schiera di scienziati per arrivare a questa conclusione. Peraltro, già nel 2014 uno studio condotto dall’Università di Navarra e pubblicato sul «Journal of the American Hearth Association» era approdato a un risultato analogo, estendendolo anche a chi fa un eccessivo utilizzo del computer o guida molte ore al giorno.

Quello che la ricerca non racconta

Ciò che lo studio non ha preso in esame è che cosa guardassero in TV gli oltre 200.000 adulti statunitensi sottoposti a monitoraggio. Sarebbe curioso, per esempio, sapere se tra i programmi seguiti da chi ha visto aumentare il proprio rischio di morte ci fossero rubriche e approfondimenti dedicati alla salute. Se lo studio fosse stato condotto nel nostro Paese, ci sarebbero pochi dubbi. Secondo un report del centro media Omnicom Media Group, ogni giorno oltre 6 milioni di italiani seguono trasmissioni che si occupano di medicina. Senza contare le serie televisive più o meno recenti ambientate tra ambulatori e ospedali, che spesso provengono proprio dagli Stati Uniti e che meriterebbero uno studio a sé: da E.R. a Grey’s Anatomy, da Scrubs al Dr. House, da Un medico in famiglia a Rush. Tutti nipotini del dottor Kildare, capostipite dei camici bianchi del piccolo schermo.
Ecco, sarebbe interessante verificare come reagisce il pubblico che si confronta quotidianamente con questa sovrabbondanza di informazioni di carattere sanitario. Valutare in che misura l’aspettativa di vita degli spettatori sia modificata dai saggi consigli dei medici televisivi e dalle loro spiegazioni, inevitabilmente semplificate, di cause e sintomi delle più svariate patologie.
Senza dubbio le rubriche di medicina favoriscono la prevenzione, sensibilizzano la popolazione nei confronti dei rischi sanitari, rendono popolare la ricerca scientifica e contribuiscono a finanziarla, e invitano all’adozione di comportamenti più sani. Per esempio, informano sulle conseguenze negative della sedentarietà e delle diete troppo ricche di grassi e zuccheri semplici: più o meno esplicitamente, mettono in guardia anche chi tende a passare lunghe ore davanti allo schermo. Ma con quale efficacia reale sulla salute?
D’altro canto, secondo molti psicologi l’ipermedicalizzazione mediatica stimolerebbe l’ipocondria, determinando un peggioramento della salute psichica di un numero significativo di spettatori. Ed è provato che, in un passato anche recente, lo spazio incautamente dedicato dalla televisione a metodi di cura “non convenzionali” ha favorito la diffusione di terapie del tutto inefficaci, quando non pericolose per i malati. Non solo in Italia: è di pochi mesi fa la polemica, scoppiata negli Stati Uniti, tra i docenti di medicina della Columbia University (supportati da un migliaio di colleghi) e il dottor Mehmet Oz, star di una trasmissione – The Dr. Oz Show – dedicata alla salute arrivata anche nel nostro Paese, oggi accusato di dare spazio a teorie scientificamente dubbie o addirittura confutate dal pensiero scientifico. Dalla sua, Oz ha un grande seguito popolare e può vantare l’aperto sostegno di un genio del cinema come David Lynch. Sulle competenze mediche del regista di Mulholland Drive è lecito avanzare qualche dubbio, ma la risonanza data dai media al suo endorsement testimonia il cortocircuito potenzialmente sotteso alla contaminazione tra spettacolo e salute.
Al di là delle questioni riconducibili alla deontologia professionale, c’è un altro rischio del quale occorre tenere conto. E cioè che l’aura invadente del “medico televisivo”, sacralizzato dal medium che ne veicola l’immagine, finisca con l’offuscare la realtà, innescando una crisi nel rapporto tra pazienti e professionisti della sanità o inducendo gli spettatori a sentirsi medici e farmacisti di se stessi.
L’impressione è che uno studio scientifico dedicato a questi temi produrrebbe risultati assai meno scontati di quelli cui è giunta la ricerca statunitense sulle “cause di morte associate a una prolungata visione della TV”. Perché lo sanno tutti, che spegnere il televisore e concedersi una passeggiata, un’ora di palestra o di piscina fa bene alla salute: ma il consiglio vale anche quando vanno in onda Elisir e Medicina 33?

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