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L’artrosi di Michelangelo

Roberto Mottadelli 1 Settembre 2018
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Cinque studiosi di prestigiosi atenei – l’Università di Firenze, la University of New South Wales di Sydney e la University of New England di Armidale – hanno sviluppato insieme uno studio dedicato a Michelangelo Buonarroti.
Di per sé, questa non sarebbe una notizia. Michelangelo è oggetto di saggi e dotte analisi fin dai tempi di Giorgio Vasari, che già alla metà del ’500 lo collocò al vertice della storia dell’arte di ogni tempo. Se non fosse che questo studio non è apparso in un volume di storia dell’arte e nemmeno su una rivista di impronta umanistica, bensì su un numero del Journal of the Royal Society of Medicine, testata scientifica tra le più prestigiose al mondo. E che a scriverlo non sono stati soltanto esperti di pittura rinascimentale ma anche illustri studiosi di medicina: più precisamente, specializzati in reumatologia, plastica ricostruttiva e medicina clinica e sperimentale.
Il titolo del saggio è chiarissimo: “Osteoarthritis in the hands of Michelangelo Buonarroti. In sostanza, a partire da testimonianze cinquecentesche e soprattutto dall’analisi di tre dipinti d’epoca che ritraggono Michelangelo in età matura, gli autori hanno stabilito che il grande artista non era affetto da gotta, come si è creduto finora, bensì da una forma di osteoartrosi. Attorno ai 60 anni di età, questa patologia lo colpì alle mani, soprattutto alla sinistra:

The portraits show Michelangelo’s hand to be affected by degenerative arthritis, in particular at the trapezius/metacarpal joint level, as well as at the metacarpo/phalangeal joint level, the interphalangeal joint of the thumb, the metacarpo/phalangeal joint and the proximal interphalangeal joint of the index finger levels. These are clear non-inflammatory degenerative changes.

Oltre il dolore
L’artrosi spiega le crescenti difficoltà pratiche incontrate da Michelangelo negli ultimi trent’anni di vita: faticava persino a scrivere, tanto che arrivò a dettare anche le sue lettere private, limitandosi a firmarle. Eppure continuò a lavorare. Ancora pochi giorni prima della morte, a 89 anni, secondo la tradizione sarebbe stato impegnato a scolpire un blocco di marmo.
Secondo gli autori dello studio, proprio l’attaccamento al lavoro, la ferrea volontà di continuare a dedicarsi alla scultura nonostante il dolore e le difficoltà, avrebbe rallentato il decorso della malattia, “salvando” il maestro dalla completa paralisi delle mani. L’arte fu quindi una sorta di fisioterapia, di terapia occupazionale ante-litteram: migliorò la qualità della vita di Michelangelo e, incidentalmente, anche quella dell’umanità futura, regalandole altri tre decenni di capolavori.
La scoperta forse porterà un po’ di attenzione in più nei confronti dell’osteoartrosi, che è la più diffusa tra le patologie reumatiche – riguarda ben 4 milioni di italiani. Una malattia di cui si parla poco, che per essere opportunamente curata richiederebbe una diagnosi precoce ma spesso non è riconosciuta e viene trascurata nei suoi stadi iniziali.
E sicuramente l’esempio di Michelangelo, la sua determinazione e la sua produttivissima longevità daranno morale a chi ne soffre.

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Un’indagine moderna
C’è però un altro elemento che emerge da questa ricerca e che vale la pena sottolineare. Riguarda la metodologia e la natura stessa dell’indagine, basata sulla feconda collaborazione tra medici e storici dell’arte. Non si tratta di un caso isolato, ma di un fenomeno emerso in modo piuttosto significativo soprattutto negli ultimi 15-20 anni. Dal 2000 a oggi molti artisti, più o meno grandi, sono stati al centro di studi retrospettivi di carattere medico, e allo stesso Michelangelo sono stati dedicati saggi più o meno interessanti. Basti ricordare quello in cui Georges Androutsos, su «Progrès in Urologie», ha evidenziato l’effetto benefico delle acque di Fiuggi sui suoi disturbi renali (The beneficial effect of mineral waters of Fiuggi on Pope Bonifacio VIII and Michelangelo, 2005), e quello – assai più significativo per le possibili ricadute storico-artistiche – pubblicato su «Medical Hypotheses» dal gruppo di studiosi italiani che ha indagato i suoi problemi di vista (Michelangelo’s eye disease, 2012).
Rispetto al secolo passato, siamo di fronte a un cambiamento rilevante. Per gran parte del ’900, infatti, le scienze e le discipline di area umanistica hanno camminato su binari lontani e paralleli. Soprattutto in Italia, dove si sono volutamente ignorate a vicenda, limitate da reciproci pregiudizi o da ingiustificati complessi di superiorità. Vari storici dell’arte hanno avvertito come un’indebita invasione di campo perfino il ricorso ad analisi chimiche e radiografiche per la corretta datazione e per l’attribuzione di dipinti e sculture. Eppure, se si fossero fidati di più della scienza, avrebbero potuto evitare qualche magra figura: perché, per quanto acuto, nemmeno l’occhio del più raffinato connoisseur è in grado di vedere oltre la superficie delle cose.

Tra ricostruzioni e forzature
Ovviamente, la collaborazione tra medicina e arte non si può giocare sul campo dell’accertamento dell’originalità o della paternità delle opere. Piuttosto, può offrire nuovi stimoli a chi indaga le ragioni per cui alcuni artisti preferirono determinate tecniche ad altre, e può aiutare a spiegare l’evoluzione degli stili individuali. Nel caso di Michelangelo, per esempio, aver stabilito che soffriva di osteoartrosi potrebbe favorire una più completa comprensione dell’evoluzione della sua “maniera”, alla luce di una prestanza fisica sempre minore e di una manualità inevitabilmente via via meno precisa. Ed è plausibile che la quotidiana convivenza con il dolore fisico e, insieme, la consapevolezza del carattere degenerativo della malattia possano avere condizionato sentimenti e stati d’animo, contribuendo a definire il tono della sua arte.
A proposito di stati d’animo, lo stesso saggio dedicato all’artrosi di Michelangelo riserva una breve digressione alla psicologia dell’artista, accennando alla sua inclinazione verso la depressione. Vale la pena ricordare che nel 2005 due studiosi, Michael Fitzgerald e Muhammad Arshad, hanno ipotizzato che Michelangelo soffrisse di disturbi dello spettro autistico; mentre pochi anni più tardi Paul L. Wolf, sulle pagine degli archives of pathology & laboratory medicine, ha ricondotto i comportamenti del maestro al saturnismo, ossia a una possibile intossicazione cronica da piombo, dovuta all’uso frequente della biacca: problema assai comune tra gli artisti rinascimentali.
La discordanza almeno apparente tra le due ricerche non stupisce, perché indagare retrospettivamente la psiche di un artista è assai più difficile che provare a ricostruirne i disturbi fisici. Anche per chi si misura con la scienza può essere difficile resistere alla tentazione di forzare la lettura di veri o presunti “casi clinici”.
Eppure il tema del rapporto tra creatività e malattia, anche mentale, è così affascinante che può valere la pena di correre questo rischio, a patto che medicina e storia dell’arte accettino di dialogare da pari a pari. Soltanto la collaborazione tra esperti delle due discipline può evitare da un lato la mitizzazione del genio creativo, romanticamente elevato sopra le dinamiche e le patologie che possono riguardare i comuni esseri umani; e dall’altro l’appiattimento dell’individualità dell’artista, ricondotto a comodi schemi da manuale che non tengono conto né della complessità del quadro storico né della specificità del fare (e del sentire, e del pensare) artistico.

Foto: Ritratto di Michelangelo – Daniele da Volterra

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