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Giornata Mondiale Epatiti: facciamo il punto sull’epatite B cronica

Redazione 29 Luglio 2020
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In occasione della Giornata Mondiale delle Epatiti 2020, facciamo il punto con il professor Guidotti, Vice Direttore Scientifico dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, su cure e ricerca per l’epatite B cronica, tra le malattie virali più diffuse al mondo.

Stando ai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), circa 320 milioni di persone nel mondo convivono con l’epatite cronica, di tipo B o C, che costituisce la prima causa di tumore al fegato e di cirrosi epatica. Entrambe le malattie sono la conseguenza di un’infezione virale che l’organismo non è riuscito a debellare: i virus responsabili, rispettivamente HBV o HCV,  continuano a replicarsi nelle cellule del fegato mentre il sistema immunitario cerca senza successo di eliminarli. 

Se per l’Epatite C cronica abbiamo ormai a disposizione una terapia antivirale curativa in più del 95% dei casi (e la ricerca si sta concentrando quindi sullo sviluppo di un vaccino preventivo), nel caso dell’Epatite B cronica non abbiamo ancora farmaci in grado di eliminare definitivamente il virus da pazienti infetti, ma abbiamo a disposizione un vaccino per prevenire l’infezione. 

Il professor Luca Guidotti, che ha dedicato la vita alla lotta contro le epatiti virali come Vice Direttore Scientifico dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e Professore Ordinario di Patologia Generale presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, spiega: “L’assenza di una terapia curativa contro il virus dell’epatite B (HBV) è un problema enorme, visto che l’Epatite B cronica è oggi la regina delle malattie infettive croniche: sappiamo interessare circa 260 milioni di persone al mondo, più di HIV ed Epatite C messe assieme, ma il numero reale potrebbe risultare molto superiore se si sottoponesse tutta la popolazione mondiale a screening diagnostico. Ecco perché sviluppare nuovi farmaci più efficaci contro HBV costituisce una priorità sanitaria assoluta”.

La trasmissione dell’epatite B

Il virus dell’epatite B (HBV) si trasmette principalmente per contatto con sangue infettospesso per via sessuale o da madre a figlio durante il parto. Quest’ultima forma di trasmissione è tra le più diffuse in continenti come Africa e Asia, dove non sempre è disponibile il vaccino contro HBV che protegge ogni individuo in maniera sicura e permanente.

Come evolve la malattia

Il contagio con HBV può dare origine sia alla forma acuta della malattia, che in genere si risolve entro pochi mesi, sia alla forma cronica, per cui a oggi non esiste ancora alcuna cura definitiva. 

Al contrario di quello che accade quando un adulto contrae il virus, oltre il 90% dei bambini che vengono contagiati alla nascita o in età perinatale sviluppano la forma cronica di epatite B. Come detto, questa forma può portare dopo diversi decenni d’infezione a complicanze quali la cirrosi e il cancro del fegato. 

L’epatite B cronica 

“Il virus dell’Epatite B è antichissimo. Ci sono evidenze della sua presenza nell’uomo già nell’età del bronzo. In questo lungo tempo, il virus ha avuto modo di adattarsi all’essere umano fino al punto in cui la sua replicazione nelle cellule del fegato crea pochissimi danni direttamente – spiega Luca Guidotti -.  Nella forma cronica della malattia, infatti, è il sistema immunitario a distruggere queste cellule nel vano tentativo di eliminare il virus, danneggiando così un po’ alla volta l’organo. Questo significa anche che i danni al fegato si accumulano silenziosamente negli anni e che moltissime persone sono infette senza saperlo.”

La ricerca: farmaci antivirali e cure

Le strategie messe in campo per sconfiggere la forma cronica di Epatite B sono molteplici. Da un lato si cercano di sviluppare molecole antivirali curative, come quelle messe a punto con successo per l’epatite C. Gli attuali farmaci antivirali usati per l’Epatite B cronica, infatti, si limitano a controllare la malattia e vanno assunti per tutta la vita.

Dall’altro lato si cercano di sviluppare strategie terapeutiche in grado riattivare la risposta immunitaria, con l’obiettivo di aiutare l’organismo a debellare il virus così come avviene durante l’epatite B acuta. 

Quasi paradossalmente alcune strategie, invece, mirano a spegnere l’azione distruttiva del sistema immunitario nel fegato senza però indurre un’immunosoppressione generalizzata: l’idea qui è di limitare nel tempo il danno epatico immuno-mediato, ritardando quindi l’insorgenza di cirrosi e cancro.

La missione finale di questo sforzo collettivo è quella indicata dall’OMS: ridurre del 90% le nuove infezioni da HBV e la mortalità del 65% entro il 2030.

Il contributo dell’Ospedale San Raffaele

Il San Raffaele, soprattutto grazie al lavoro pionieristico di Luca Guidotti e Matteo Iannacone, responsabile dell’Unità Dinamica delle Risposte Immunitarie, sta dando un contributo fondamentale alla lotta mondiale contro l’Epatite B su tutti i fronti.

“Insieme a colleghi dell’Istituto Nazionale di Genetica Molecolare (INGM) di Milano abbiamo recentemente  collaborato con la società di Pomezia IRBM, una delle più importanti aziende biotencologiche del paese che sta anche sviluppando un vaccino anti-COVID-19 in collaborazione con l’Università di Oxford,  per la caratterizzazione pre-clinica di nuove molecole antivirali generate dall’ IRBM ed attive contro HBV, e speriamo davvero che test clinici nell’uomo possano iniziare entro un paio di anni – spiegano i due ricercatori -. Allo stesso tempo stiamo lavorando ad approcci innovativi per somministrare in modo mirato nei tessuti del fegato particolari molecole in grado di riattivare la risposta immunitaria.” 

Su questo ultimo progetto Matteo Iannacone si è di recente aggiudicato un ERC Proof of Concept, a testimonianza del potenziale trasformativo della sua ricerca.

Fonte: www.hsr.it

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