Un'analisi su oltre 14.000 persone mostra che chi presenta nel sangue un profilo metabolico legato alla dieta mediterranea ha un rischio di mortalità inferiore del 23% rispetto a chi si discosta da questo modello alimentare. Questo dato arriva da uno studio pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition, che ha scelto marcatori oggettivi invece dei classici questionari alimentari. Il profilo metabolico si basa su una firma di 67 metaboliti, in gran parte molecole lipidiche, sviluppata come indicatore oggettivo di aderenza alla dieta mediterranea come riportato da ScienceAlert.
La ricerca parte dal trial spagnolo PREDIMED, coinvolgendo adulti a rischio cardiovascolare ma senza malattia conclamata all'inizio. Su 7.447 partecipanti, 1.880 sono stati valutati tramite un pannello di 67 metaboliti plasmatici, già validato come indicatore di aderenza alla dieta mediterranea. Il follow-up mediano è stato di 13,2 anni, con la registrazione dei decessi tramite fonti ufficiali. Nei dati PREDIMED, il terzo di partecipanti con i punteggi più alti sul profilo metabolico ha mostrato una mortalità di circa 18 su 1000 persone, rispetto a 24 su 1000 tra chi aveva i valori più bassi. Il gruppo con il punteggio più alto ha registrato una riduzione della mortalità del 23% rispetto al gruppo con il punteggio più basso, con un hazard ratio di 0,77 (intervallo di confidenza al 95%: 0,61–0,98). Ogni incremento di una deviazione standard nel punteggio era associato a una riduzione del rischio di morte del 19%.
Risultati e conferme in coorti statunitensi
L'analisi è stata replicata su 12.704 soggetti delle Nurses’ Health Studies I e II e dell’Health Professionals Follow-up Study negli Stati Uniti, con un follow-up medio di circa 25 anni. Anche in queste coorti, il quinto con i punteggi più elevati ha avuto una mortalità di circa 11,5 su 1000, contro 15 su 1000 nel gruppo con i valori più bassi. Il rischio di mortalità risultava inferiore del 23% nel gruppo con il punteggio più alto rispetto a quello più basso, con un hazard ratio di 0,77 (intervallo di confidenza al 95%: 0,70–0,85), confermando la coerenza dei risultati tra le diverse popolazioni come riportato da El Economista.
Nonostante la coerenza dei dati tra le coorti, lo studio resta osservazionale: non dimostra che modificare la dieta o aumentare il punteggio metabolico causi direttamente una maggiore longevità. Gli autori sottolineano che il profilo di metaboliti riflette l’aderenza al modello mediterraneo, ma non misura direttamente il consumo di specifici alimenti o composti come i polifenoli. Inoltre, la variazione del punteggio dopo un anno non è risultata associata a una riduzione della mortalità precoce. Il metodo utilizzato supera alcune limitazioni dei questionari alimentari tradizionali, che dipendono dalla memoria e dalla precisione delle risposte, ma non consente di quantificare l'assunzione di singoli alimenti o nutrienti.
Implicazioni pratiche e limiti dello studio
Secondo gli autori, chi ottiene punteggi più alti tende a seguire più fedelmente la dieta mediterranea e presenta meno frequentemente abitudine al fumo o diabete di tipo 2. Tuttavia, la natura osservazionale limita la possibilità di trarre conclusioni causali. Il campione PREDIMED non era sufficiente per analizzare in dettaglio le cause specifiche di morte e la metodologia non ha permesso di valutare alcuni composti tipici della dieta mediterranea. Gli autori hanno aggiustato i risultati per età, fumo, indice di massa corporea e condizioni di salute preesistenti, ma non è possibile escludere del tutto fattori confondenti residui. Il profilo a 67 metaboliti non è attualmente approvato come test clinico o diagnostico e viene utilizzato esclusivamente come biomarcatore di ricerca epidemiologica; non esistono raccomandazioni ufficiali per il suo impiego nella pratica clinica secondo AJMC.
Per chi desidera avvicinarsi al modello mediterraneo, le strategie suggerite includono l’uso di olio d’oliva al posto del burro, l’inserimento di legumi in zuppe e insalate, il consumo di frutta e frutta secca come spuntino e una maggiore presenza di verdure nei pasti principali. Queste indicazioni sono coerenti con le raccomandazioni delle principali società scientifiche e possono essere adattate alle abitudini alimentari italiane.
Fonte: studio pubblicato su American Journal of Clinical Nutrition. Ulteriori dettagli sono disponibili nell'approfondimento di EatingWell.