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Ipertrofia prostatica benigna: ce ne parla l’urologo del San Donato

Redazione 9 Luglio 2019
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Non solo tumore alla prostata: il professore Carmignani, responsabile dell’unità operativa di Urologia dell’IRCCS Policlinico San Donato, ci spiega perchè la prevenzione è importante anche per quelle patologie urologiche benigne molto frequenti (tra le quali l’ipertrofia prostatica benigna) con l’avanzare dell’età.

L’ipertrofia prostatica è una di queste, e colpisce l’80% degli uomini al di sopra dei 50 anni. Il professor Luca Carmignani, responsabile dell’unità operativa di Urologia dell’IRCCS Policlinico San Donato, ci spiega di cosa si tratta e in quali casi è opportuno intervenire.

Cos’è l’ipertrofia prostatica benigna?

Consiste in un ingrossamento della ghiandola prostatica, un processo quasi fisiologico nell’uomo. Anatomicamente la prostata “abbraccia” l’uretra (il canale che collega la vescica con l’esterno, permettendo il deflusso dell’urina, ndr) e ingrossandosi può causare dei disturbi di vario tipo, soggettivi e oggettivi, che coinvolgono la minzione e, di conseguenza, la contrattilità della vescica.

Quali sono i sintomi?

L’uomo con l’avanzare degli anni inizia a cambiare modalità di urinare: se a 20 anni è possibile trattenere le urine per più di 4-5 ore nel corso della giornata, o senza svegliarsi di notte, a 40-50 anni iniziano a manifestarsi disturbi come l’aumento della frequenza, la riduzione del flusso, la difficoltà a iniziare a urinare o lo stimolo brusco (la cosiddetta urgenza minzionale, da non confondere con l’incontinenza). Questi sono i sintomi iniziali, assolutamente fisiologici, dell’ipertrofia prostatica.

Quando è opportuno fare un controllo con uno specialista?

L’importante premessa è che, indipendentemente dai sintomi, dopo i 50 anni deve essere fatta una visita urologica. La prevenzione non riguarda solo il tumore, ma è necessario fare una valutazione della prostata anche in relazione alle patologie benigne. Alla comparsa dei sintomi, l’urologo è in grado di valutare l’ingrossamento della prostata e la conseguente alterazione dei muscoli della vescica, elemento che può rendere necessarie alcune terapie.

Non tutti i pazienti affetti da ipertrofia prostatica, quindi, devono essere operati.

I parametri da valutare sono i sintomi avvertiti dal paziente e le alterazioni anatomiche che sopravvengono. Per alcuni è sufficiente modificare le abitudini di vita oppure iniziare una terapia costituita da integratori, principalmente a base di serenoa repens (una pianta i cui principi attivi hanno effetto antinfiammatorio sulla prostata), fino all’assunzione di veri e propri farmaci, come gli alfa-litici, che permettono di urinare meglio, rilassando la muscolatura intrinseca nella prostata. Quando questi presidi non sono più sufficienti, perché non hanno effetto sulla sintomatologia o sul modo di urinare, si opta per l’intervento.

In cosa consiste?

Con le nuove tecniche chirurgiche l’intervento alla prostata è, nella maggior parte dei casi, indolore nel post-operatorio e nella convalescenza, soprattutto se eseguito con la tecnica laser, la più moderna rispetto alla chirurgia endoscopica e la chirurgia tradizionale.

Le tecniche meno invasive sono quella al laser a olmio e quella al laser al tullio, che io utilizzo. Si tratta di un intervento endoscopico, fatto in anestesia loco-regionale, con una durata che varia da 40 minuti a un’ora e mezza, mininvasivo e senza tagli, che ha il vantaggio di causare pochissimi sanguinamenti e garantire tempi di degenza ridotti. La dimissione può avvenire il giorno stesso o quello successivo, in cui è già possibile rimuovere il catetere. Il tipo di anestesia utilizzato permette di non avvertire dolore nel post-operatorio e consente la ripresa dell’attività lavorativa in una settimana. L’unica cautela è un mese di stop alle attività sportive o ai lunghi viaggi in macchina. 

Quali conseguenze può avere l’intervento?

L’intervento è lo “spauracchio del paziente”, perché nell’immaginario maschile coinvolge la sessualità, la continenza e il fatto di diventare vecchi. Questo vissuto drammatico è legato alle vecchie procedure chirurgiche: con la nuova tecnica al laser al tullio assicuriamo la preservazione della continenza, in quasi la totalità dei casi, e della potenza sessuale nel 100% dei casi. L’unico cambiamento che può avvenire, senza causare problemi, è relativo all’eiaculazione: nella metà dei casi, nonostante l’orgasmo sia assolutamente normale, non avviene l’emissione di liquido seminale. 

Quanti interventi di questo tipo vengono realizzati al Policlinico San Donato?

Realizziamo circa 150 interventi all’anno, per un totale di oltre 1.000 casi con un follow-up fino a 7 anni.

In Italia pochissimi centri si avvalgono di questa tecnica innovativa e mininvasiva, ancora meno quelli che la applicano in caso di prostata di grosse dimensioni. Quella al laser al tullio è una tecnica estremamente vantaggiosa, tanto che ho deciso di utilizzare solo questa. Le altre le ritengo troppo invasive.

Fonte: www.sandonato.grupposandonato.it

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