Al convegno "Best practice in nutrizione di precisione" a Napoli, Martina Chiurazzi, docente all'università UniCamillus e responsabile della commissione di Nutrizione oncologica dell'Ordine dei Biologi della Campania e del Molise, ha presentato dati scientifici che separano rischi concreti da miti alimentari in oncologia.
Chiurazzi spiega che il consumo di latte non risulta collegato a un aumento del rischio per la maggior parte dei tumori. Studi indipendenti indicano che i prodotti lattiero-caseari ricchi di calcio possono essere associati a una riduzione del rischio per alcuni esiti del tumore al seno. Le principali raccomandazioni dietetiche in oncologia puntano su alcol e carni lavorate. L'effetto dei latticini non rappresenta una garanzia universale di protezione, perché i risultati cambiano in base al tipo di prodotto, quantità, popolazione e sede tumorale. Anche la soia, spesso fonte di preoccupazioni, non è stata identificata come cancerogena, nemmeno per i tumori sensibili agli ormoni. Le evidenze attuali non mostrano che il consumo di alimenti tradizionali a base di soia, come tofu e fagioli di soia, aumenti il rischio di tumore al seno. Alcune ricerche collegano la soia a una riduzione del rischio. Gli esperti chiariscono che non ci sono motivi per evitare sistematicamente la soia tradizionale, nemmeno tra le donne con tumori ormono-sensibili.
Carni lavorate e alcol sotto osservazione
La situazione cambia per le carni lavorate, come il prosciutto. L'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), organismo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, dal 2015 classifica le carni lavorate come cancerogene per l'uomo (Gruppo 1), dopo aver analizzato oltre 800 studi epidemiologici. Il consumo quotidiano di circa 50 grammi di carne lavorata è collegato a un aumento di circa il 18% del rischio relativo di tumore del colon-retto. Questo dato riguarda il rischio relativo e non un incremento assoluto della probabilità individuale, che dipende anche da età, familiarità, fumo, consumo di alcol, peso corporeo, attività fisica e dieta complessiva. La classificazione IARC segnala la forza delle prove che un agente può causare il cancro, ma non significa che tutti i consumatori sviluppino la malattia o che il rischio sia uguale a quello di altri agenti come il tabacco. Anche l'alcol è classificato dall'IARC come cancerogeno di Gruppo 1, con prove di associazione con tumori di bocca, faringe, laringe, esofago, fegato, mammella e colon-retto. Il rischio cresce con la quantità consumata e non esiste una soglia sicura. L'Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che nessun livello di consumo di alcol può essere considerato privo di rischio per lo sviluppo di tumori. Ulteriori dettagli sono disponibili nella pagina ufficiale IARC sulle carni lavorate e nella scheda OMS sul rischio oncologico.
Malnutrizione e disturbi alimentari nei pazienti oncologici
Un aspetto spesso trascurato riguarda la malnutrizione. Tra il 10 e il 20% dei pazienti oncologici deceduti non muore per il tumore stesso, ma per complicanze legate alla malnutrizione. In Campania, una legge regionale del 2025 ha inserito i nutrizionisti nella rete oncologica regionale accanto agli oncologi.
Il convegno, organizzato dall'Ordine dei Biologi insieme all'Ordine degli Psicologi della Campania, ha affrontato anche il tema dei disturbi alimentari come anoressia, bulimia e obesità giovanile. Armando Cozzuto, presidente degli psicologi campani, ha dichiarato che la Regione Campania registra circa 600 nuovi casi all'anno e ha sottolineato la gravità del fenomeno. Loredana Raia, presidente della commissione Sanità del Consiglio regionale, ha annunciato l'intenzione di riattivare il tavolo regionale sui disturbi alimentari e di proporre il rifinanziamento della legge nel bilancio 2027.
Alimentazione infantile e prodotti ultraprocessati
Pierluigi Pecoraro, vicepresidente dell'Ordine dei Biologi, ha evidenziato che i prodotti industriali e ultraprocessati possono indurre dipendenza, soprattutto tra bambini e adolescenti. Tra le strategie suggerite ci sono la promozione della dieta mediterranea, l'utilizzo di prodotti biologici e locali nelle mense scolastiche e l'applicazione della regola dei 12 assaggi: prima di escludere un alimento, il bambino dovrebbe provarlo almeno dodici volte, preparato in modi diversi.