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Batterio killer: la regione Veneto contatta 10.000 pazienti

Redazione 29 novembre 2018
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Il gruppo di lavoro istituito in Veneto dopo i 16 casi di infezione da Mycobacterium Chimaera riscontrati ha deciso di ricontattare diecimila pazienti che hanno sostituito una valvola cardiaca negli ospedali di Vicenza, Padova, Mestre e Treviso negli anni tra il 2010 e il 2017. La lettera conterrà una breve spiegazione dei sintomi del batterio “Chimera”, pericolosissimo anche perché in grado di rimanere in incubazione per anni prima di manifestarsi.

È ormai chiaro come i contagi scoperti siano avvenuti tramite alcuni macchinari per la circolazione extracorporea della sala operatoria. Il parere degli esperti interpellati è che il micro organismo si fosse annidato “già nel sito di produzione del dispositivi, quindi antecedentemente all’installazione in sala operatoria”. Per questo la Regione Veneto ha già annunciato che in caso di (probabili) procedimenti giudiziari chiederà di essere parte civile.


 

Aggiornamenti precedenti – (25 novembre) Il batterio Chimera è stato trovato in alcuni macchinari degli Spedali Civili grazie a controlli di routine. Si segnala come non sia stato rilevato alcun contagio e che i controlli nelle altre strutture ospedaliere con sale operatorie attrezzate per la cardiochirurgia non risultano positive al batterio. Nessun caso di contagio tra operatori e pazienti è finora emerso, anche a due giorni di distanza dall’uscita della notizia sul Giornale di Brescia. I controlli sono stati fatti in collaborazione tra Regione (Welfare) e ATS Brescia.

Il batterio, una volta avvenuto il contagio, può avere tempi di incubazione fino a 3 anni (in media circa un anno e mezzo) e i primi sintomi sono leggeri e facilmente confondibili con un malessere passeggero.

Fonte: Giornale di Brescia


Aggiornamenti precedenti – (22 novembre) Una brutta storia che al momento non vede ancora risvolti nella nostra regione: dopo le 6 vittime in Veneto, arrivano dall’Emilia Romagna due nuovi casi accertati di decessi per infezione da Mycobacterium Chimaera, il cosiddetto batterio killer. Altre due le morti sospette su cui sono in corso ulteriori accertamenti in queste ore. La notizia arriva dopo l’attivazione del MInistero della Salute a livello nazionale per verificare la presenza di eventuali altri casi esterni alla Regione Veneto.

La vicenda, comunque la si voglia vedere di malasanità, è assurta alle cronache a inizio mese, con la morte di un anestesista dell’ospedale San Bortolo di Vicenza, proprio per questo batterio. L’infezione era avvenuta 2 anni prima in sala operatoria durante un intervento cardiochirurgico. Proprio i colleghi gli avevano riferito che il batterio si annidava nella macchina che tiene il sangue alla temperatura corporea durante l’intervento, prodotto dalla azienda Liva Nova Deutschland GmbH. Dopo la sua morte la famiglia ha affidato tutto al proprio avvocato per fare chiarezza, ed ecco esplodere la bomba su tutti i giornali nazionali e la richiesta di informazioni a tutte le regioni da parte del Ministero della SanitàIn totale si scopre che le vittime sono 6, tutte infettate durante un intervento cardiochirurgico, tutte in sale operatorie in Veneto con la stessa macchina.

E adesso le notizie da Reggio Emilia:

“Siamo di fronte ad un evento raro, causato probabilmente da un lotto di macchinari prodotti dalla stessa azienda. L’allerta, naturalmente, da parte nostra è massima”, ha affermato l’assessore per la salute dell’Emilia-Romagna, Sergio Venturi, annunciando l’avvio di un’indagine della Regione sul Micobatterio Chimera. “Abbiamo due casi di decesso causato dall’infezione di quel batterio, avvenuti al Salus Hospital di Reggio Emilia, segnalati al ministero quest’estate”, spiega Venturi. “Si tratta di eventi molto rari – aggiunge – che fanno pensare che tutto sia legato a un lotto particolare di macchinari prodotti dalla stessa azienda“.

Sempre in queste ore comincia il consueto rimpallo di responsabilità: l’azienda produttrice della strumentazione sostiene di avere avvertito dei rischi gli ospedali già nel 2015, mentre l’ospedale sostiene che “l’esistenza e la probabilità di esposizione al micobatterio tramite l’utilizzo di questi macchinari non poteva essere conosciuta in quanto la conoscenza di tale problematica è avvenuta per il mondo medico italiano successivamente ai fatti citati”.

Dopo i casi in Lombardia di legionella e di serratia, la nostra speranza è che questa emergenza risulti contenuta ai casi già scoperti.

Fonti: ANSA, Corriere.

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