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Addome aperto: innovativo sistema ad arco al Policlinico San Pietro

Redazione 18 Novembre 2019
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Per la prima volta in Italia, al Policlinico San Pietro (BG), è stato utilizzato un innovativo sistema di trazione ad arco su un paziente operato per una pancreatite.

Il sistema ad arco è un innovativo sistema di trazione in grado di evitare la retrazione della fascia muscolare addominale quando, dopo un intervento chirurgico d’urgenza, l’addome deve essere lasciato aperto come procedura salva-vita.

È stato usato per la prima volta in Italia, al Policlinico San Pietro di Ponte San Pietro (BG) su di un paziente operato per una pancreatite. Ma di cosa si tratta e come funziona?

Lo spiega il dottor Mauro Zago, responsabile dell’unità di Chirurgia Mininvasiva del Policlinico San Pietro e Presidente della Società Italiana di Chirurgia d’Urgenza e del Trauma, il chirurgo che ha eseguito la procedura.

Addome aperto: i rischi

Il mantenimento dell’addome aperto per un certo periodo (giorni-settimane) dopo una laparotomia (cioè, incisione e apertura dell’addome) è una terapia che può salvare la vita e che si utilizza, ad esempio, in caso di:

  • traumi severi;
  • peritoniti gravi;
  • sindrome compartimentale addominale (condizione patologica caratterizzata da un eccessivo aumento della pressione intra-addominale con conseguente insorgenza di insufficienza multiorgano);
  • pancreatite (come per il paziente del Policlinico San Pietro).

Spiega il dottor Zago: “Il problema, però, è che più tempo l’addome rimane aperto, più la fascia muscolare della parete addominale si retrae. Questa progressiva retrazione inizia già dopo breve tempo e ostacola la successiva corretta chiusura dell’incisione a fine terapia”.

Per questo spesso sono necessari numerosi interventi di revisione, con conseguenti complicazioni cliniche anche severe, allungamento dei tempi di degenza e dei costi di cura.

Sistema ad arco: i benefici

Da qui l’idea di due chirurghi tedeschi – il Dr. Gereon Lill e il Dr. Frank Beyer, che hanno inventato e per primi utilizzato questa procedura – di creare un sistema che potesse “ostacolare” questo processo.

“Si tratta di un dispositivo simile ad un arco che combina il principio della trazione mediata da rete a quella di un fissatore esterno.

Con un sistema di tiranti ancorati ai muscoli, viene esercitata una tensione costante verso l’alto simulandone la chiusura.

In questo modo si evita l’allontanamento dei muscoli e si favorisce il loro successivo riavvicinamento e la chiusura dell’incisione alla fine della terapia.

Nel nostro paziente, che a causa della pancreatite aveva sviluppato un’esagerata pressione addominale e aveva inoltre la necessità di rimuovere in tempi successivi i tessuti necrotici infetti, siamo riusciti a ottenere la chiusura diretta dell’addome addirittura dopo un mese e 5 giorni, un risultato eccezionale”.

Le possibilità di chiusura diretta, infatti, diminuiscono progressivamente dopo 7-10 giorni di addome aperto, e quando questo è ancora possibile in genere si deve ricorrere a costose protesi biologiche.

“Questi risultati – precisa il dottor Zago – si possono ottenere solo in Centri che hanno una pluriennale esperienza nella gestione di queste situazioni.  

Non sarebbe, infatti, stato possibile se il team chirurgico, quello anestesiologico – diretto dal dottor Alborghetti – e i gruppi infermieristici non fossero stati affiatati e aggiornati”, conclude il dottor Zago.

Fonte: www.grupposandonato.it

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