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Ictus ischemico: l’importanza del fattore tempo

Redazione 24 Febbraio 2021
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Per curare un ictus ischemico è necessario chiamare rapidamente il 118 e l’intervento di una Stroke Unit: l’esperto del Policlinico San Marco spiega l’importanza del fattore tempo, come riconoscere i sintomi e come curarlo.

3-4 ore dall’inizio dei sintomi. È questa la finestra di tempo entro la quale una persona colpita da un ictus ischemico (trombotico o embolico) dovrebbe ricevere assistenza medica. In questo modo, infatti, è possibile ridurre la mortalità e le conseguenze invalidanti che questa patologia porta con sé. 

Esiste anche una percentuale di ictus cosiddetto emorragico dovuto alla rottura di un vaso cerebrale per crisi ipertensiva, rottura di una malformazione o altro, ma per questa variante, che comunque non supera il 10-15% di tutti i casi, non esiste ancora una terapia sicuramente efficace.

Qui parleremo dell’ictus ischemico per il quale è fondamentale imparare a riconoscere i sintomi e non sottovalutarli. Ne parliamo con il dottor Massimo Camerlingo, responsabile dell’unità di neurologia e della Stroke Unit del Policlinico San Marco.

Il significato di ‘Ictus’ 

Colpo”: è questo il significato del termine latino ictus (in inglese stroke). La sua insorgenza, infatti, è improvvisa, senza che ci siano prima avvisaglie o campanelli d’allarme. 

Terza causa di morte in Italia, dopo le malattie ischemiche del cuore e i tumori, e prima di invalidità permanente nel mondo occidentale, nel nostro Paese colpisce ogni anno circa 120-140000 persone (circa il 2.2-2.4 per mille abitanti), con una maggiore incidenza dopo i 55 anni negli uomini

La buona notizia è che negli ultimi anni, grazie a un miglioramento dell’efficacia delle strategie preventive e a una maggiore tempestività nella terapia, si è registrata una riduzione dell’incidenza e della mortalità e una diminuzione del numero dei ricoveri da ictus.

Che cos’è l’ictus 

“L’ictus (o insufficienza cerebrovascolare) è un evento neurologico dovuto a una causa vascolare, che consiste in una temporanea interruzione del flusso di sangue al cervello – spiega il dottor Camerlingo -.  

L’ictus si verifica, in particolare, quando uno dei vasi arteriosi che irrorano il cervello viene ostruito da un coagulo (o trombo) o si restringe. 

È un po’ come succede nell’infarto al cuore: alla base di questa ostruzione c’è la formazione di una placca aterosclerotica, ovvero un accumulo sulle pareti dei vasi di grassi (in particolare LDL, il “colesterolo cattivo”) che con il tempo può rompersi o comunque provocare un restringimento del vaso e quindi un minor afflusso di sangue. 

Se la placca si rompe, i grassi da cui è composta entrano in circolo sotto forma di frammenti (emboli) e possono andare a ostruire uno o più vasi cerebrali. In queste situazioni, che rappresentano l’80% delle forme di ictus, si parla di ictus ischemico

Esiste poi un’altra forma di ictus, detta emorragico, in cui la causa è la rottura di un’arteria cerebrale danneggiata (ictus emorragico).

In entrambi i casi, non arrivando più sangue, ossigeno e sostanze nutritive al cervello, le cellule dell’area del cervello coinvolta vanno incontro alla morte si determina così un danno al tessuto cerebrale che porta alla perdita delle funzioni neurologiche controllate da quell’area: movimento, linguaggio, vista, udito, equilibrio etc…

Più rapidamente si interviene attraverso la chiamata al 118 e il trasporto urgente in un ospedale dotato di Stroke Unit in cui ricevere cure specialistiche per l’ictus, più si possono circoscrivere i danni, evitando la morte e limitando disabilità”.

I sintomi

I sintomi principali, che si manifestano improvvisamente, sono: 

  • paresi/paralisi facciale centrale;
  • deficit motorio di uno o entrambi gli arti (braccia o gambe) di un lato del corpo, con una riduzione della motilità unilaterale; 
  • difficoltà nel linguaggio e nell’articolare le parole senza sbiascicare (afasia);
  • difficoltà a vedere cosa succede da un lato visivo (emianopsia).

Questi sintomi possono essere accompagnati da mal di testanausea o vomito e vertigini.

Il metodo FAST per riconoscere i segnali dell’ictus

Per facilitare il riconoscimento della patologia, gli americani utilizzano l’acronimo FAST (“veloce” non a caso considerata l’importanza del fattore tempo) che richiama l’attenzione su alcuni semplici test da fare se si sospetta che una persona stia avendo un ictus:

  • F – face, cioè faccia: si chiede di sorridere o soffiare per verificare l’eventuale presenza di una paresi facciale;
  • A- arms, cioè braccia: si chiede di alzare un braccio alla volta;
  • S- speech, cioè linguaggio: si chiede di ripetere o elaborare una frase semplice
  • T-time, cioè tempo: se è presente uno di questi sintomi si devono chiamare i soccorsi nel minor tempo possibile.

I fattori di rischio

I fattori di rischio dell’ictus sono gli stessi delle patologie dell’apparato cardiovascolare, tra cui ad esempio l’infarto.

  • Obesità e sovrappeso;
  • Sedentarietà;
  • Alcol;
  • Fumo di sigaretta;
  • Sostanze stupefacenti;
  • Ipertensione arteriosa;
  • Ipercolesterolemia (cioè alti livelli di LDL, colesterolo cattivo, e trigliceridi nel sangue);
  • Diabete;
  • Patologie cardiovascolari associate, in particolare la fibrillazione atriale.

La prevenzione dell’ictus

Oggi esistono strategie e cure efficaci sia nella prevenzione del primo evento di ictus, prevenzione primaria, e sia riduzione del rischio di ricadute, la prevenzione secondaria.

Prevenzione primaria

“La migliore prevenzione nei confronti dell’ictus è agire sullo stile di vita, mantenendo un peso adeguato, seguendo un’alimentazione sana ed equilibrata non troppo ricca di grassi, evitando il fumolimitando il consumo di alcol al minimo – continua lo specialista -.

In caso di diabete e ipertensione, o altre patologie cardiovascolari e cardiache, come la fibrillazione atriale, è importante che siano tenute sotto controllo sia con uno stile di vita appropriato sia assumendo farmaci su indicazione del medico. 

L’ipertensione arteriosa, in particolare, rappresenta il principale fattore di rischio.Numerosi studi hanno dimostrato che la cura di questa patologia riduce in modo significativo gli eventi. 

Altro fattore di rischio al centro dell’attenzione è la dislipidemia, ossia l’aumento del colesterolo, dei trigliceridi o di entrambi, spiega il dottore. 

Prevenzione secondaria

“Per quanto riguarda la prevenzione secondaria, oltre alle indicazioni segnalate per la prevenzione primaria, risulta vantaggioso curare le persone con farmaci anti-piastrinici (a meno di fibrillazione atriale) – osserva ancora il dottor Camerlingo -.

Questi farmaci riducono la probabilità di ricadute ictali del  20% circa.

Nel caso in cui il paziente colpito da ictus venga riscontrata un’ostruzione arteriosa serrata (riduzione del diametro del lume superiore al 70 % ) delle arterie che portano sangue al cervello, soprattutto le arterie carotidi (quelle che si sentono pulsare appoggiando la mano sul collo), può essere necessario un intervento chirurgico chiamato endoarteriectomia, che prevede la rimozione di materiale aterosclerotico che occlude o restringe il lume del vaso.

In questo modo, viene garantita la ripresa del flusso di sangue al cervello. Questo intervento non è però esente da rischi, per cui è da riservare a chirurghi esperti e preferibilmente quando si sono verificati sintomi cerebrali”.

La cura, in emergenza e dopo

Fino a poco tempo fa non esisteva alcuna cura. Oggi non è più così. “L’ictus ischemico è una situazione di emergenza che viene trattata attraverso la somministrazione di farmaci che hanno come obiettivo cercare di dissolvere il trombo responsabile dell’ostruzione del flusso sanguigno e prevenire la formazione di altri che potrebbero causare un secondo ictus a distanza di poco tempo. Questa procedura si chiama trombolisi”  spiega l’esperto. 

“È stato dimostrato che la somministrazione attraverso una vena nel braccio o direttamente nell’arteria cerebrale interessata da  farmaci trombolitici capaci di sciogliere i trombi può essere in grado di ricanalizzare il vaso ostruito e ridurre di conseguenza sia la mortalità sia l’invalidità determinate dall’ictus. Questo è lo stesso tipo di trattamento salvavita utilizzato per l’infarto di cuore. 

Purtroppo questa terapia per essere efficace deve essere iniziata entro pochissimo tempo (circa tre ore) dall’esordio dei sintomi. Per questi motivi è necessario un team di persone esperto e affiatato capace di riconoscere in modo tempestivo i sintomi di uno stroke ischemico acuto e rodato sulle modalità di terapia”

Questo team deve comprendere oltre al neurologo, il medico di pronto soccorso e il radiologo, perché è indispensabile eseguire prima della terapia almeno un esame TAC encefalo, per escludere altre cause. Inoltre questi medici devono essere aiutati dai medici di famiglia e dal 118 per anticipare ulteriormente la diagnosi. È inoltre necessario che il paziente sia seguito poi in una Stroke Unit

La trombectomia

“In alcuni casi può essere indicato in pochi centri specializzati e attrezzati aggiungere alla procedura  (qualora non fosse efficace come nelle aspettative in persone sufficientemente giovani e in grado di tollerare un atto invasivo ) un intervento cosiddetto di trombectomia agendo direttamente all’interno dell’arteria ostruita, arrivando all’interno del cervello con un microcatetere arteriosa previa inserzione in una arteria femorale o un’arteria del braccio, in modo analogo a quanto avviene nella malattia coronarica acuta. 

Spetterà al primo team che accoglie il malato decidere quando attivare questo tipo di intervento che per ora non rappresenta ancora una indicazione di massa

La riabilitazione dopo l’ictus ischemico

Superata la fase di emergenza, poi, il paziente deve seguire un percorso di riabilitazione in modo che possa recuperare quanto più possibile le funzioni perdute a causa dell’ictus. 

Può trattarsi di una:

  •  riabilitazione logopedica, se le aree del cervello coinvolte sono quelle che controllano il linguaggio;
  •  riabilitazione fisioterapica,  se dovessero essere stati danneggiati i processi motori. 

L’insieme di queste procedure è in grado di recuperare a vita attiva o appena compromessa più del 40% di tutte le persone compromesse da un evento ictus ischemico cerebrale, a patto però di fare presto e pertanto si deve concludere come iniziato: il fattore tempo è determinante per salvare il cervello” conclude il dottor Camerlingo.

Fonte: www.grupposandonato.it

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