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Il San Donato lancia l’allarme: grave l’impatto del COVID sulle patologie cardiovascolari

Redazione 3 Giugno 2020
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In Italia aumenta la mortalità e diminuiscono ricoveri e accessi per patologie cardiovascolari: complici la mancanza di cure e anche la paura del virus che ha portato molte persone a contattare in ritardo i soccorsi nella fase acuta dell’emergenza. Il Policlinico San Donato è pronto per la Fase 2 in sicurezza e per far fronte alla nuova emergenza collaterale all’epidemia.

Durante i mesi dell’emergenza COVID-19 è triplicata la mortalità per infarto e sono diminuiti i ricoveri per malattie cardiovascolari. 

Tre le cause principali: la paura di recarsi in ospedale, il ritardo dei soccorsi nella fase più acuta dell’emergenza sanitaria e la mancanza di cure. 

Questi dati allarmanti, che emergono da uno studio della Società Italiana di Cardiologia, accendono nuovamente i riflettori sull’impatto delle patologie cardiache e sul ruolo fondamentale della rete cardiologica. 

Per evitare che il bollettino delle malattie cardiovascolari sia peggiore di quello del COVID-19, è necessario riprendere, gradualmente e in sicurezza, l’attività cardiologica e cardiochirurgica, per curare tutti quei pazienti in attesa di interventi, ora non più procrastinabili. 

Gli specialisti dell’IRCCS Policlinico San Donato, il Dott. Francesco Bedogni, Direttore delle Unità di Cardiologia Clinica, Interventistica e di Terapia Intensiva Coronarica, e il Dott. Lorenzo Menicanti, Direttore Scientifico e Direttore dell’Area Cardiochirurgica Cuore Adulto, fanno un bilancio di questi mesi di emergenza e spiegano la modalità di ripresa in sicurezza dell’attività cardiologica e cardiochirurgica. 

Mortalità e ricoveri in Italia durante il COVID

La mortalità complessiva in Italia è cresciuta del 49,4% nel mese di marzo 2020, rispetto alla media 2015-2019 come segnala il rapporto prodotto dall’Istat e dall’Istituto Superiore di Sanità. Percentuale che varia dal picco registrato in Lombardia (+186,5%) alla diminuzione della mortalità in Lazio (-8,1%). Un aumento riconducibile ovviamente al COVID, come causa di mortalità diretta o correlata, ma anche ad altre malattie. 

Aumento della mortalità e calo dei ricoveri per patologie cardiovascolari

Le patologie cardiovascolari ne sono l’esempio. Secondo lo studio condotto alla Società Italiana di Cardiologia, la mortalità per infarto è triplicata, passando dal 4,1% al 13,7%, mentre i ricoveri per infarto sono diminuiti di quasi il 60%, come quelli per scompenso (-47%) e quelli per fibrillazione atriale (-53%).

“Se si mettono a confronto i dati di accesso dei Pronto Soccorso, si nota una grande discrepanza rispetto agli anni precedenti. Gli stessi ospedali nominati hub dalla Regione Lombardia, che dovevano ricevere il grosso carico di pazienti per urgenze ed emergenze, non l’hanno ricevuto – spiega il Dott. Menicanti -.

Oltre alla popolazione che non si è presentata in ospedale, dobbiamo anche considerare una diminuzione di determinati eventi acuti, come l’ictus, a seguito di un stile di vita mediamente più calmo e di una situazione ‘ovattata’: sono aumentate le ore di sonno, si sono abbassati i livelli di adrenalina e di conseguenza si hanno meno sbalzi di pressione. 

Detto questo, esaminando l’aumento della mortalità, c’è una grossa differenza tra quella osservata e quella accertata per COVID. Oltre a quelli sospetti per coronavirus, ma senza tampone, molti decessi sono conseguenza della mancanza di trattamenti adeguati e tempestivi, contrariamente a quanto sarebbe accaduto in condizioni normali”. 

Le ragioni del calo dei ricoveri e dell’aumento della mortalità

Il Dott. Bedogni dà la stessa interpretazione: “In tutte le strutture c’è stato un drammatico decremento dell’accesso in ospedale per le patologie tempo-dipendenti, come l’infarto miocardico acuto, le sindromi coronariche acute o lo stroke. 

I pazienti che giungevano in ospedale erano pochi e molto in ritardo, elementi che hanno causato un incremento della mortalità a domicilio e della mortalità intraospedaliera per presentazione tardiva.

I motivi sono principalmente legati alla paura dell’infezione e, nel periodo più acuto, alla scarsa disponibilità di ambulanze. Se al Policlinico San Donato registravamo mediamente 10 casi di sindrome coronarica acuta a settimana, il dato è quasi azzerato nei mesi di marzo e aprile. A questo si aggiungono i pazienti che dovevano essere sottoposti a un intervento cardiochirurgico o transcatetere per patologie strutturali, che non è stato possibile trattare. La loro condizione clinica è peggiorata”. 

Da centro di eccellenza cardiovascolare a ospedale Covid

Durante l’emergenza, l’IRCCS Policlinico San Donato, specializzato in cure cardiovascolari all’avanguardia, si è riconvertito in ospedale Covid, mettendo a disposizione personale, know-how, tecnologie e oltre 280 posti letto, di reparto e terapia intensiva. 

L’attività chirurgica e interventistica è stata sospesa, fatta eccezione per quella di cardiochirurgia pediatrica e aritmologia d’urgenza, per le quali l’Istituto è stato nominato hub dalla Regione Lombardia. 

“Tutti gli interventi strutturali sono stati bloccati, quindi d’ora in poi dovremmo lentamente gestire i pazienti in attesa. Gli interventi in elezione che erano programmati per marzo sono diventati urgenti e dobbiamo gestire un problema di sovraccarico – spiega il dottor Bedogni –.

Il Policlinico San Donato era il primo Centro in Italia per l’interventistica strutturale, in particolare per gli impianti di valvola aortica (TAVI) e valvola mitrale (Mitraclip): realizzavamo fino a 3-4 procedure TAVI al giorno. A seguito del crollo dei pazienti per la sospensione delle attività, abbiamo un’importante lista d’attesa e numerosi casi a prognosi cattiva, per pazienti che stanno andando incontro a scompenso cardiaco”.

La ripartenza della Fase 2

La graduale ripartenza dalla Fase 2 vale anche per le strutture ospedaliere, con una parziale ripresa delle attività chirurgiche urgenti e non procrastinabili e il riavvio delle attività ambulatoriali a volumi ridotti. 

“All’interno dell’IRCCS Policlinico San Donato i reparti e le terapie intensive Covid sono parzialmente svuotate e l’accesso di pazienti positivi è fortemente diminuito – commenta il dottore  –. Ciò che conta ora è far ripartire la macchina della sanità, seguendo rigidi protocolli. È estremamente importante perché il virus è ancora presente nella comunità, quindi servono percorsi chiari e ben definiti”. 

La riorganizzazione Covid e Covid-free per le urgenze

“Per l’attività di urgenza – approfondisce il medico -, esistono delle zone grigie, sia di reparto che di terapia intensiva, per i pazienti che non hanno fatto il tampone o che ne attendono l’esito, ovvero quelli che non sono sicuramente negativi. Se l’esito è positivo, il malato viene trattato in area Covid, al contrario fa accesso al reparto Covid-free

Le urgenze cardiologiche che arrivano in Pronto Soccorso, e non possono essere trasportate all’hub di riferimento, fanno subito il tampone, vengono portate in sala di emodinamica e vengono gestite come se fossero pazienti positivi al SARS-CoV 2. 

Il paziente urgente viene sempre operato, con l’utilizzo di tutti dispositivi di protezione individuale previsti e nel rispetto delle procedure”. 

I casi elettivi: prericovero e tempi di degenza minimi

“Vi sono poi casi elettivi – continua lo psecialista – la cui situazione clinica può peggiorare nel giro di settimane, come le cardiopatie coronariche e valvolari, che possono avere un andamento molto veloce e portare a complicanze. 

Organizziamo un prericovero, in cui oltre agli esami specialistici effettuiamo anche la lastra del torace e il tampone, così da escludere la positività. Il paziente può entrare in ospedale il giorno dopo e, nel caso di procedure semplici, prevediamo la dimissione in giornata. 

L’obiettivo è ridurre al minimo i tempi di degenza. Questa scrupolosa gestione consente di curare correttamente i pazienti cardiologici, evitando ogni rischio di infezione, sia per il personale sanitario sia per i pazienti”. 

Gli interventi cardiochirurgici 

Analoga è la situazione dei malati in attesa di intervento cardiochirurgico, come racconta il Dott. Menicanti: “Dobbiamo far fronte alla necessità reale. Siamo sottoposti a una notevole pressione da parte di pazienti che ci riferiscono un peggioramento del quadro di salute: alcuni sono stati gestiti aumentando la terapia medica e altri sono stati ricoverati, ma adesso dobbiamo agire. 

In particolare, dobbiamo curare quei pazienti che necessitano di interventi complessi, ad alto rischio, che sono stati rifiutati dalle altre Strutture. 

Abbiamo una sala operatoria dedicata solo ai pazienti positivi o dubbi, per cui possiamo procedere in sicurezza e migliorare la qualità di vita dei nostri numerosi pazienti in attesa”.

Fonte: www.grupposandonato.it

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