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Ictus cerebrale: cos’è, come si manifesta, come si cura

Redazione 12 Agosto 2020
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L’ictus cerebrale (anche definito infarto cerebrale, colpo apoplettico, attacco apoplettico, stroke ecc) è un disturbo causato da un improvviso deficit neurologico di entità variabile e persistente nel tempo, caratterizzato da una perdita di motricità, sensibilità o di una delle funzioni superiori (come memoria, linguaggio, capacità di ragionamento, di pianificazione): con gli specialisti del Mario Negri vediamo cos’è, come si previene, come si manifesta e come si può curare.

Solitamente l’ictus si manifesta in modo acuto o rapidamente progressivo. A questa fase segue poi un periodo di stazionarietà dopo la quale si assiste ad un recupero graduale, solitamente incompleto.

La gravità dell’ictus è estremamente variabile in quanto può provocare:

  • una perdita di tessuto cerebrale senza che compaiano segni o sintomi clinici
  • manifestazioni che durano da pochi minuti a non oltre 24 ore
  • problemi che causano invalidità anche persistenti
  • morte in tempi da brevi a protratti.

L’ictus può interessare sia il cervello (in particolare gli emisferi cerebrali, tronco encefalico e cervelletto), sia il midollo spinale.

Quando riguarda il midollo spinale si parla di lesioni ischemiche o emorragiche.

L’ictus cerebrale rappresenta la terza causa di morte nei paesi sviluppati e la prima causa di disabilità nel mondo. In Italia si verificano 2-3 casi di ictus ogni 1.000 abitanti ogni anno, vale a dire che ogni medico di famiglia registra 2-3 casi nuovi all’anno. L’incidenza, grazie alla maggiore attenzione alla prevenzione primaria, è in diminuzione mentre la prevalenza (ovvero le persone che sopravvivono a un ictus) e i costi sono decisamente in aumento.

Che cosa causa un ictus?

L’ictus è causato dalla sofferenza o dalla morte di cellule o di fibre nervose alle quali viene di colpo a mancare il sangue ossigenato. La gravità delle conseguenze dipende dalla durata di questa interruzione o diminuzione.

Perché accade?
Le ragioni possono essere diverse, come ad esempio:

  • il restringimento o l’ostruzione di un vaso arterioso a causa di altre patologie (es. aterosclerosi, placche aterosclerotiche);
  • la formazione di emboli, cioè materiale estraneo come gas, accumuli di piastrine, coaguli, all’interno del sistema circolatorio (di origine cardiaca, venosa periferica o esterna);
  • altre malattie (come ipotensione, anemia, grave e prolungata ipoglicemia).

In tutti i casi si tratta di un’alterazione del flusso sanguigno e di conseguenza dell’apporto di ossigeno a livello cerebrale.

Per essere precisi va detto che il flusso del sangue cerebrale è in media 49 ml per 100g tessuto. Questo flusso, generalmente, si autoregola ed è capace di mantenere costante la pressione sanguigna per valori compresi fra 50 e 160 mm Hg.
Tuttavia, per le ragioni citate prima, può̀ accadere che questo flusso si alteri portando a conseguenze più̀ o meno gravi.

In particolare:

  • tra 50-20 ml per 100g: in questo caso la conseguenza è una riduzione della sintesi proteica ma non si presentano sintomi;
  • tra 20-9 ml/100g: in questo caso si possono presentare delle alterazioni funzionali con sintomi reversibili. In particolare, i flussi fra 20-9 ml/100g causano la cosiddetta penombra ischemica, cioè̀ quella zona di tessuto che può̀ essere recuperata purché si intervenga subito per ripristinare la circolazione sanguigna dove era stata interrotta;
  • Sotto 9 ml/100g: si tratta del caso più̀ grave che può̀ comportare la morte delle cellule cerebrali (necrosi cellulare) con sintomi irreversibili.

Da qui si capisce perché il fattore tempo sia importante nel determinare le conseguenze di un ictus. Ogni minuto che passa dal superamento della soglia critica vengono persi 1.9 milioni di neuroni, 14 miliardi di sinapsi e 12 Km di fibre nervose. Ogni 4 minuti 1/100 pazienti si ritroverà̀ con maggiore disabilità e ogni 6 minuti 1/100 pazienti perderà̀ la propria autonomia.

Quanti diversi tipi di ictus ci sono?

In base alle cause scatenanti, possiamo distinguere due diversi tipi di ictus, e cioè ictus emorragico e ictus ischemico.

L’ictus emorragico si manifesta quando uno dei vasi che irrora il cervello si rompe o ha una perdita di sangue, portando ad una emorragia cerebrale. Tra le cause principali di una emorragia cerebrale ci sono traumi cerebrali o ipertensione cronica. L’ictus emorragico può essere differenziato in emorragico intracerebrale ed emorragico subaracnoideo, in base al tipo di emorragia.

L’ictus ischemico è il piùù frequente (circa l’85% dei casi). La causa è un restringimento o una completa chiusura di uno dei vasi sanguigni che attraversano e alimentano il cervello. A sua volta l’ictus ischemico si differenzia in trombotico o in embolico. A loro volta, ciascuno di questi due tipi di ictus può̀ essere suddiviso in altre sottocategorie. Tra le diverse sottocategorie dell’ictus ischemico c’è l’attacco ischemico transitorio (TIA). Questo tipo di disturbo generalmente si risolve entro le 24 ore senza segni di lesione agli esami per immagini.
Ictus o emorragie silenti – o subclinici – sono quelle a cui non corrisponde alcuna manifestazione clinica.

GLI ATTACCHI ISCHEMICI TRANSITORI (TIA)

Gli attacchi ischemici transitori (TIA) spesso vengono facilmente scambiati per Eventi Neurologici Acuti Transitori (noti anche come TNA o Transient Neurological Attacks). Le cause dei TNA, e cioè di eventi non di origine ischemica, possono essere:

  • l’emicrania
  • l’amnesia globale transitoria (TGA)
  • le crisi epilettiche focali
  • le ricadute nella sclerosi multipla
  • gli ematomi subdurali
  • le crisi ipoglicemiche
  • le sincopi.

I sintomi più frequenti degli attacchi ischemici transitori (TIA) sono, invece:

  • una perdita della vista improvvisa da un solo occhio
  • una paresi monolaterale
  • la comparsa di un disturbo del linguaggio (afasia)
  • sdoppiamento della vista (diplopia), vertigine e disequilibrio
  • deficit visivo bilaterale o paresi bilaterale

Al contrario, non sono collegabili ad attacchi ischemici transitori:

  • la sincope
  • un’amnesia isolata
  • l’attacco con caduta improvvisa a terra
  • un’ipostenia generalizzata
  • lo stato confusionale
  • la vertigine isolata.

Quali sono i fattori di rischio di un ictus?

I fattori di rischio relativi alla comparsa di un ictus sono tanti. Il primo è sicuramente l’età, seguito poi dall’ipertensione, da un’elevata percentuale di colesterolo nel sangue (ipercolesterolemia), dal restringimento della carotide (stenosi carotidea) e dalla fibrillazione atriale.

Altri fattori di rischio piuttosto comuni sono:

  1. il fumo di sigaretta
  2. l’abuso di alcol
  3. la resistenza all’insulina
  4. il diabete mellito
  5. l’inquinamento ambientale
  6. la dieta ad alto rischio
  7. l’iponutrizione
  8. l’obesità̀
  9. la scarsa attività̀ fisica
  10. la variabilità̀ della pressione arteriosa
  11. le apnee del sonno
  12. gli stati infiammatori cronici
  13. le malattie renali croniche
  14. la terapia contraccettiva o ormonale sostitutiva
  15. lo stress psicosociale
  16. la depressione
  17. lo stress lavorativo e l’eccesso di ore lavorate.

Nel complesso, quindi, 10 fattori di rischio trattabili sono responsabili di almeno il 90% del rischio. Bisogna tener conto poi anche di determinate attività̀ a rischio (sport competitivi, coito) e dell’assunzione di farmaci o sostanze stupefacenti (amfetamine, cocaina).

Vi sono poi alcune malattie non aterosclerotiche che possono essere causa di ictus:

  • la dissezione di un’arteria intracranica idiopatica o post traumatica
  • il CADASIL
  • le malattie mitocondriali
  • la displasia fibromuscolare
  • le vasculiti
  • certe malattie del collageno
  • le sindromi di Sneddon e di Susac, di origine autoimmune, e la condizione nota come Moyamoya, di origine genetica
  • un trattamento radioterapico cranico o cervicale
  • la presenza di meningiti o encefaliti associate e altre malattie infettive come HIV, sifilide e malaria.

Un ictus può̀ essere anche la conseguenza di un impiego erroneo di farmaci, come stupefacenti, o di complicanze emboliche di trattamenti endovascolari, problemi e malattie cardiache, malattie del sangue (es. anemia falciforme, leucemie ect).

Come si previene un ictus cerebrale e come si cura?

Nell’ictus cerebrale è importante distinguere la prevenzione primaria dalla prevenzione secondaria.

La prevenzione primaria consiste nel prevenire l’ictus limitando i fattori di rischio. In questo senso, come per qualsiasi patologia, è importante curare il proprio stile di vita in termini di abitudini alimentari e attenzione all’attività̀ fisica.

La prevenzione secondaria consiste invece nell’evitare che l’ictus si ripeta quando già si sono verificate ischemie cerebrali significative. Quindi è fondamentale la diagnosi precoce e la terapia chirurgica, farmacologica e comportamentale delle condizioni patologiche che predispone alla patologia.

Quali sono i sintomi dell’ictus?

I sintomi dell’ictus si distinguono sulla base della sede e dell’estensione dell’area del cervello colpita. La loro caratteristica è che insorgono all’improvviso manifestandosi attraverso una brusca difficoltà nel muovere un braccio o una gamba oppure un lato della faccia.

Generalmente, l’ictus colpisce un solo lato del corpo, di solito dalla parte opposta rispetto alla lesione cerebrale. Spesso, insieme a questo evento l’individuo trova difficoltà nel trovare le parole o a capire ciò̀ gli altri gli stanno dicendo. In questo caso le aree compromesse sono quelle del linguaggio e della possibilità̀ di comunicare verbalmente. Altri sintomi sono disturbi improvvisi alla vista di un solo occhio o di entrambi, un mal di testa intenso, l’insorgenza di uno stato confusionale, la perdita di sensibilità̀ e la sensazione improvvisa di senso di vertigine, problemi di deambulazione o di coordinazione.

Gli effetti dello stroke possono limitarsi a questi sintomi iniziali oppure diventare via via più intensi fino ad aggravarsi nel corso di poche ore o giorni. Quindi, una persona potrebbe avvertire dapprima una mano addormentata e poi risentire del torpore al braccio e alla spalla. Nei casi più gravi, si può̀ arrivare addirittura ad avere una perdita di coscienza. Ciò si verifica più spesso nel caso degli ictus emorragici, quando il sangue si ammassa nel cervello esercitando una pressione sui vasi confinanti, estendendosi in un’area più̀ ampia.

Se si identifica uno o più̀ di questi sintomi, è bene recarsi molto velocemente al Pronto Soccorso più vicino.

Quali sono le conseguenze di ictus ripetuti?

Quando col tempo si accumulano nell’encefalo diverse lesioni cerebrali, la patologia si complica andando ad interessare entrambi gli emisferi e le funzioni collegate.

Le conseguenze riguardano la difficoltà a:

  • deglutire (disfagia)
  • scandire le parole (la disartria)
  • camminare
  • controllare gli sfinteri (incontinenza urinaria).

A tutto ciò può accompagnarsi un decadimento cognitivo.
 Queste malattie sono catalogate come encefalopatia vascolare multi-infartuale, arteriosclerosi cerebrale, sindrome pseudo-bulbare e demenza vascolare.
I fattori di rischio sono quelli già presi in considerazione, ma il più importante è l’ipertensione arteriosa.

Come comportarsi in caso di sospetto ictus?

In caso di sospetto ictus è tassativo il ricovero nell’Ospedale più vicino, meglio se dotato di Stroke Unit. Tale Unità di Degenza è costituita da personale medico addestrato e preparato ad intervenire in tempi brevi a ripristinare il flusso sanguigno a livello dei vasi occlusi. I reparti dotati di queste unità sono stati organizzati solo a partire dal 2020 sulla scorta delle Unità Coronariche annesse ai reparti di Cardiologia e si sono poi moltiplicati per costituire una rete capace di garantire la presa in carico più efficace nei tempi più brevi possibili.

Solitamente, in caso di probabile ictus, già in fase di soccorso si attiva immediatamente il centro ospedaliero destinato a ricevere il paziente cosicché all’arrivo nel Dipartimento di Emergenza si possano avviare rapidamente le attività diagnostiche (TC o RM, Angio-TC o eventuale Angio-RM o Ecodoppler dei tronchi sopra-aortici, routine ematochimica, valutazione clinica e somministrazione della scala NIHSS per quantificare la gravità del deficit in atto), possibilmente entro 60 minuti dall’arrivo. Prioritaria è l’esecuzione della Tac encefalo basale, per determinare la tipologia di ictus – ischemico o emorragico- e definire la terapia.

L’equipe medica addetta alla cura in caso di ictus è costituita da:

  • neurologo
  • neuroradiologo
  • neuroradiologo interventista
  • cardiologo
  • fisiatra.

Anche nei casi di deficit transitorio (TIA) è opportuno rivolgersi ad un centro esperto, che effettuerà la corretta valutazione (eventualmente in day-hospital o con un breve ricovero) del successivo rischio di ictus, definendo un’adeguata prevenzione secondaria.

L’INTERVENTO SULL’ICTUS ISCHEMICO

Nel caso di ictus ischemico si interviene con una terapia trombolitica che prevede un’infusione endovenosa di un farmaco capace di “sciogliere” il trombo. Questa terapia è la più efficace arma a nostra disposizione per tentare di ripristinare il flusso ematico e contenere i danni nella zona di cervello minacciata dall’assenza di apporto sanguigno.

Molte variabili influenzano la probabilità di successo della terapia: il clinico dovrà attentamente e rapidamente valutarle, perché la variabile più importante è la precocità della terapia stessa, attualmente raccomandata non oltre le 4,5 ore dall’ictus. In casi particolari le neuroimmagini (ad esempio la RMN con confronto fra diffusione e perfusione) possono informarci sulla presenza di aree del cervello minacciate dall’ischemia ma ancora vitali, pur essendo stato superato il limite delle 4,5 ore dall’esordio. In centri esperti si potrà quindi proporre la trombolisi anche in questi casi.

Una ulteriore possibilità terapeutica è offerta dalla trombectomia meccanica, cioè l’intervento di disostruzione del vaso occluso agendo dall’interno dell’albero arterioso (generalmente salendo fino al vaso ostruito attraverso l’arteria femorale o la radiale). Questo approccio necessita di una diagnostica neuroradiologica specifica (angio-TC o angiografia per via arteriosa) e della figura del neuroradiologo interventista e può essere effettuata in centri esperti di III livello, con una finestra terapeutica di 6 ore o più in casi selezionati. La somministrazione di aspirina (ASA) può iniziare 24 ore dopo la terapia trombolitica, e rimane l’unica terapia per i pazienti che non possono essere sottoposti alla trombolisi.

L’INTERVENTO SULL’ICTUS EMORRAGICO

Nell’ictus emorragico il trattamento della fase acuta prevede innanzitutto il controllo dei valori di pressione arteriosa, mantenendo la pressione sistolica non oltre i 140 mmHg. Le cause che favoriscono il sanguinamento vanno immediatamente corrette. Spesso l’ematoma e l’edema che lo circonda esercitano una notevole pressione, comprimendo il cervello e minacciando la funzione dei centri vitali troncoencefalici. Se questo avviene, si può tentare di decomprimere chirurgicamente l’encefalo, asportando la teca cranica per permettere all’encefalo di espandersi (decompressione) o intervenendo sull’area stessa dove vi è stato il sanguinamento, eliminando l’ematoma.

Questo tipo di intervento non è raccomandato negli ematomi profondi ma può invece essere considerato negli ematomi superficiali (cioè di profondità <1 cm dalla corteccia) e diventa salvavita negli ematomi del cervelletto maggiori di 3 cm di diametro quando le condizioni del soggetto si deteriorano rapidamente.

Ai fini della prevenzione delle complicanze e della disabilità, sia nell’ictus ischemico che in quello emorragico è fondamentale nella fase acuta/subacuta il monitoraggio di:

  • ECG
  • pressione arteriosa
  • ossigenazione
  • temperatura corporea
  • glicemia
  • nutrizione
  • possibili infezioni (polmonari, urinarie)
  • rischio di lesioni da decubito
  • trombosi venose profonde (TVP).

Si deve quindi mettere in atto una precoce mobilizzazione passiva, associata eventualmente a eparina a basso peso molecolare se il rischio di TVP appare elevato. Ulteriore temibile complicanza è l’insorgenza di crisi epilettiche ripetute o di stato epilettico, che vanno trattati secondo i protocolli validati di terapia antiepilettica.

Quando si deve ricorrere alla chirurgia delle carotidi?

Spesso l’ictus aterotrombotico è causato da emboli che si staccano da placche aterosclerotiche all’interno dei vasi sanguigni del collo che, quando aumentano di dimensioni, causano una ostruzione (stenosi) critica del vaso stesso.

Si parla di stenosi sintomatica quando l’ischemia interessa una zona del cervello che è collegata al vaso stenotico. Se il restringimento è critico, cioè maggiore del 70% dell’ampiezza (lume) del vaso, è raccomandabile ricorrere all’intervento di disostruzione del vaso (endoarterectomia) entro le prime due settimane dall’ischemia. Nei casi di stenosi sintomatica tra 50% e 70%, così come di stenosi maggiore del 70% ma asintomatica, la chirurgia non è supportata da prove di efficacia.

Le tecniche di stenting carotideo (analoghe a quelle praticate nelle arterie coronarie) sono una alternativa valida purchè eseguite in casi selezionati ed in centri con esperienza. Un caso particolare riguarda la stenosi serrata preocclusiva o la trombosi acuta della carotide interna al collo: anche in questo caso può essere efficace l’intervento chirurgico d’urgenza, purchè sia eseguito in centri di eccellenza.

Quando si deve iniziare la riabilitazione nell’ictus?

Già nella fase acuta dell’ictus è necessario far muovere il malato (mobilizzazione precoce) curando il corretto allineamento posturale e i periodici cambiamenti di postura, anche per la prevenzione delle piaghe da decubito. Appena possibile, andrà recuperata la posizione seduta eccetto che nei casi gravi o nell’ictus emorragico.

Entro un mese dall’ictus (comunque non oltre i 3 mesi) va iniziata la rieducazione del cammino, utilizzando le tecniche riabilitative e strumentali più idonee, secondo la tipologia del paziente e l’esperienza specifica del riabilitatore.

Anche i disturbi del linguaggio (sia di tipo afasico che disartrico) e le difficoltà nella deglutizione (disfagia) devono essere precocemente valutate e trattate da un logopedista, in collaborazione con un dietista che programmi l’adeguato apporto nutrizionale. E’ particolarmente importante valutare il rischio di passaggio di cibo nelle vie aeree e il rischio di polmonite da ingestione, cautelandosi mediante l’applicazione di una sonda naso gastrica o procedendo talora, a seconda del caso, ad una gastrostomia percutanea (PEG).

Infine, i deficit cognitivi, soprattutto il deficit di attenzione, devono essere precocemente presi in carico, potendo ostacolare notevolmente il successo del percorso riabilitativo.

Quali sono e come si curano le conseguenze dell’ictus?

Nei casi meno fortunati l’ictus lascia dei deficit, che possono interessare sia l’aspetto motorio che quello cognitivo e/o psicologico. Per questo la riabilitazione è parte integrante della terapia.

L’obiettivo principale è di permettere al paziente di raggiungere la massima autonomia possibile.

Per definire il piano riabilitativo è necessaria una valutazione collegiale multidisciplinare, che coinvolga il paziente stesso ed il caregiver.

Per quanto riguarda il deficit funzionale viene impiegato l’Indice di Barthel e la Functional Indipendence Measure.

La valutazione terrà conto di tutti quei fattori che possano indicare la possibilità di recupero, come:

  • la gravità del quadro clinico-funzionale al momento dell’ictus;
  • la persistenza di disfagia (difficoltà a deglutire);
  • la perdita del controllo degli sfinteri;
  • i deficit neuropsicologici (afasia, aprassia, emi-inattenzione);
  • la depressione.

Una attenta analisi di tutti questi fattori è l’unica garanzia per definire un piano riabilitativo efficace, che proprio per questo richiede strutture dedicate.

In generale, se la prognosi funzionale sembra favorevole ed è necessaria un’assistenza medico-infermieristica continuativa, è consigliato iniziare un trattamento riabilitativo intensivo in strutture competenti entro i primi 30 giorni dall’ictus. Se invece è possibile una gestione riabilitativa domiciliare o in servizi di day-hospital, al paziente deve essere comunque assicurata la compresenza di tutte le figure necessarie (medico, fisioterapista, logopedista, terapista occupazionale, psicologo esperto in valutazione e training dei deficit cognitivi).

I pazienti con disabilità gravi non gestibili a domicilio dovranno essere indirizzati a Residenze Sanitarie Assistenziali, senza mai perdere di vista l’obiettivo del mantenimento dell’autonomia residua, per quanto limitata, e della continuità delle relazioni familiari e sociali.

Fonte: www.marionegri.it

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